Marchkinkele

Itinerario scoperto nei primi anni di mtb qualche anno dopo voglio ripeterlo da solo, è un settembre particolarmente piovoso e parto da Udine all’alba destinazione Dobbiaco, la mattina è fredda come quasi a novembre e la neve ha già fatto la sua prima apparizione sulle cime più alte. Ho vaghi ricordi della gita ma rivedendo le foto mi par di ricordare il freddo becco patito pedalando in salita, la sosta in cima limitata alle due-tre cose indispensabili, cambiarsi, mangiare qualcosa e un paio di foto, e la frettolosa discesa sul magnifico sentiero 1 nella lunare valle del Blankenbach con le mani congelate, se penso alla stessa discesa fatta l’anno scorso nello stesso mese ma 18 anni dopo è quasi la conferma scientifica del riscaldamento globale.

Giro straconsigliato della Val Pusteria, in italiano sarebbe il Cornetto di Confine, è il classico millino (=gita di 1000 metri di dislivello) da fare ogni estate-autunno, io l’avrò percorso 8-9 volte e lo conosco a memoria, però puoi sempre incontrare qualcuno come è capitato a me l’ultima volta che vedendoti arrivare in bici un po’ allegramente ad uno dei tanti tornantini del sentiero lui e consorte fermi con le bici a mano vuole darti il suo consiglio spassionato: “Fai attenzione qui!”.

Dolomiti Vintage

L’altro giorno, mentre fuori pioveva, toh, che strano, guardavo un po’ di video sul tubo e mi sono imbattuto casualmente in questo, http://youtu.be/UqGdBiS4fM8. Dagli anfratti del semi oblio mi sono immediatamente ritornati alla memoria i ricordi del giro in mtb più epico, quello che mi ha fatto penare di più per la fatica, ma, allo stesso tempo, ha rappresentato per gli anni a seguire un modello di sintesi perfetta fra impegno fisico, bellezze paesaggistiche, funriding e una certa dose di avventura tipica dei viaggi in bici, alla fine probabilmente la cosa più importante.  Era la fine degli anni ’90, l’evoluzione della mtb era ancora ai primi stadi, le nostre full erano  terribilmente instabili nonostante le improbabili forcelle a doppia piastra (!), la nostra tecnica era pure abbastanza approssimativa e pure l’abbigliamento non scherzava, le foto si facevano ancora sui rullini da 36 pose,  però in Dolomiti si poteva scorrazzare liberamente sui sentieri in piena estate, e, beh, scusate se è poco. L’idea di fare una traversata di più giorni in completa autonomia, cioè con tenda, sacco “a pelo”, fornello etc., ci era venuta, a me e al mio socio (ciao Valter!)  dopo anni di frequentazioni dolomitiche: il piano di battaglia prevedeva di passare ai piedi delle più grandi cime cercando i sentieri più belli e accampandoci la sera dove capitava e quando le forze ci avrebbero abbandonato, dal Passo Sella a Calalzo di Cadore, passando in rassegna Sassolungo, Sciliar, Catinaccio, Vajolet, Marmolada, Civetta, Pelmo e Antelao… ‘sticazzi, non ci siamo fatti mancare niente!!! Alla fine di otto giorni indimenticabili, affrontati non certo con velleità agonistiche bensì edonistiche, avevamo percorso 165 km, saliti 4600 metri, e fatte discese per 8400 metri, grazie all’utilizzo intelligente di varie funivie 😉 tutto calcolato senza gps o altimetri, quindi molto approssimativo, e sempre con addosso zaini alti come condominii, un massacro per le spalle e le zone sensibili del ciclista… In giri simili può capitare di tutto, tipo montare la tenda al buio e scoprire la mattina dopo la parete della Marmolada sopra le nostre teste, arrivare di sera al Rif. di Passo Principe vestiti da bikers e vedere il gestore uscire a verificare se veramente avevamo le bici fuori, scendere un ghiaione ripido bici a mano con lo zaino traballante e mettersi a saltare a piedi uniti, finire il giro con la suola delle scarpe disfatte ( vedi prima), essere circondati in tenda in una notte di luna piena da un branco di cavalli allo stato libero, che neanche in un film western, o fare una discesa di 1000 metri la mattina presto a stomaco vuoto, arrivare in paese, fare la spesa dopodichè sedersi sulle panchine di un giardinetto pubblico e mangiare per un’ora e mezza di seguito, colazione e pranzo riuniti. Vabbe’, ho deciso: per la prossima estate mi compro il sacco da bivacco in goretex, mal che vada lo userò al mare in Istria.

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Costa della Spina

Ieri di nuovo su questa superclassica del Comelico, una gita lunghetta ma non difficile e di grande soddisfazione, visto il panorama che offre sulle Dolomiti di Sesto e il Comelico. Partiti alle 9:30 da Sega Digon ancora nell’ombra e un po’ infreddoliti visto il brusco abbassamento di temperatura della notte, e questo ci ha fatto forse spingere di piú sui pedali dato che prima dell’una eravamo già sotto il Col Quaternà. Breve sosta e poi giú a cavallo del crestone erboso che scende promettente in direzione sud fino ad entrate nel bosco e arrivare in vista di Casamazzagno. Qui è naturalmente da evitare la strada asfaltata che va a destra, bisogna andare dritti per una serie di mulattiere e sentierini fra l’erba poco appariscenti, continuare a sinistra della chiesa e con un divertente zigzagare fra le case si arriva a Candide alla S.S. 52 che si segue a sinistra fino alla
vicina Sega Digon.
Alla fine del giro rimarrà sempre la voglia di ritornarci, un must per ogni biker che si rispetti.