Montenegro Bike Tour

Dopo una settimana di mountain bike in Montenegro ce ne sarebbero di cose da scrivere, diamo un po’ di numeri.

15. Le ore di viaggio da Udine a Kolasin, la Whistler Mountain, si fa per dire, del Montenegro, a valle dell’unica stazione sciistica del paese, tutto perché per attraversare l’Erzegovina senza navigatore offline abbiamo sbagliato un paio di volte la strada più veloce da seguire.

3. I giorni di pioggia alternata a nebbia all’inizio della settimana in Bielasjca e nel Peaks of the Balkans ai confini con l’Albania.

1. Numero di micro SD perse, quella con i filmati della GoPro dopo i primi due giorni, introvabile dopo i tanti fa e disfa lo zaino, gli smadonnamenti a seguire invece non si contano ancora.

14,96. I km di discesa, probabilmente la più bella dellAdriatico, dal mausoleo del Lovcen a Kotor per 1677 metri di dislivello negativo (98 positivo), da sola vale l’intero viaggio.

4. I ragazzini musulmani all’uscita di scuola a Plav su mtb anni ’90 che alla vista della mia Bucksaw gridavano eccitati “Dobro, dobro!”

Una. Notte passata all’Eko Katun Hrid, una delle tante malghe convertite al turismo stile albergo diffuso, peccato per il fango e l’odore di cane bagnato che emanava da tutti i nostri vestiti.

17. Lo scontrino di un pranzo per due comprensivo della rakja, l’ottima grappa locale.

SN. Non si contano i negozi di souvenir dove il mio compagno di viaggio ha speso non so quanti quarti d’ora a rimirare gli oggetti più improbabili per poi comprarli, pička.

5. I giorni sui pedali e 2 di turismo per caso, una visita prolungata e rlassata la merita sicuramente l’antica capitale Cetinje, cittadina neanche tanto grande costruita in una bellissima conca fra le alture carsiche e fra l’altro con le più belle donne di tutta la Jugo, non per niente due re e imperatori nei tempi andati hanno preso moglie qui.

114. I km fatti, quasi tutti su mulattiere e sentieri, belli e di solito scorrevoli ma non segnalati chissà che, guai a non avere un garmin sul manubrio con la traccia precaricata da casa in base alle poco dettagliate carte che avevamo, questo no garantisce al 100% di non sbagliare ai bivi sui sentieri che sono tantissimi, perdere la via giusta è piuttosto comune anche parlando con gli hikers stranieri che s’incontrano.

6146. I metri fatti in discesa, quelli in salita sono solo 3859 grazie all’onnipresente ed economica diffusione dei taxi in tutte le città e paesi montenegrini, anche i piú sperduti, e allora perchè non approfittarne?

7. La versione dell’ultima GoPro con stabilizzatore, adesso è veramente comodo fare riprese in bici senza gimbal.

Il Montenegro è terra di grandi contrasti, posti naturali fantastici e città storiche affascinanti ma anche località isolate di una desolazione unica, meglio comunque andarci adesso che fra qualche anno quando sará tutto perfettamente colonizzato, ehm, volevo dire organizzato.

Cicloturismo a Pag

SPAGHETTI WESTERN ALLA BALCANICA

Il Velebit è ormai alle spalle, abbiamo deciso di rilassarci e fare un po’ di sano cicloturismo che da queste parti ha le sue attrattive. Innanzitutto vogliamo vedere questo famoso canyon del fiume Zmanja, sono giusto 50 anni che su queste rive hanno girato Winnetou la Valle della Morte un western italo-tedesco-yugoslavo che non ho mai visto ma che a questo punto mi piacerebbe cercare, a Starigrad ci sono i manifesti per la ricorrenza del 50°, ma quando arriviamo sul posto nessuna traccia del pueblo dove sono state le riprese, il canyon ovviamente c’è ancora ed è fantastico.

f=”https://bicidimont.com/p1010142/”> Il mio cavallo[/capt

CALL OF DUTY: MODERN WARFARE?

Proseguiamo verso est e arriviamo a Obrovac, cittadina costruita su un’ansa del fiume Zmanja. Prima di entrare in città sono attratto da quella che sembra una ex zona industriale ma che a me ricorda un qualche scenario di Call of Duty 4, d’altronde è da un po’ di km che vediamo grossi fori sull’asfalto probabili colpi di mortaio risalenti alla guerra dei Balcani. Le case di Obrovac sono per metà ristrutturate e per l’altra metà come abbandonate, un po’ inquietante in effetti, poi scopriremo che prima della guerra la il 65% della popolazione era serba e il restante croata, adesso è l’esatto opposto, da un giorno all’altro pare che tutti i serbi siano scappati, anche questa è storia recente che nessuno vuole più ricordare.

//bicidimont.com/p1010161/”> Subito prima di Obrovac[/caption]

cidimont.com/p1010180/”> Il centro città[/caption]
[capti
dimont.com/p1010187/”> Il Velebit ci accompagna sempre[/caption]

nt.com/p1010181-1/”> Sosta al bar per un caffè, ottimo[/caption]

LE VACANZE INT

LE VACANZE INTELLIGENTI

Proseguiamo il giro sotto un sole ormai estivo contornando il Karinsko More, la baia di Karin, e quando siamo sulla strada sopra Novigrad ci colpisce la bellezza del posto che decidiamo di passare la serata e dormire lì, 60 km li abbiamo fatti e anche 800 metri di salite, alla faccia, non dovevamo essere al livello del mare?

Scolata la prima birra nell’unico locale aperto troviamo un appartamento per la notte ma Maja, la ragazza che gestisce la casa dice che dobbiamo aspettare DUE ore perché deve preparare le stanze, ci sembra un’esagerazione ma va bene, andremo intanto a visitare il castello che domina la cittadina, ci voleva un’ultima ripida salita in bici nel caldo torrido del primo pomeriggio. In effetti il castello una visita la merita, la vista da lassù è stupenda e i resti archeologici interessanti, almeno quanto il dente di porco che Stefano trova in una zona di scavi.

10210/”> Vista su Novigrad
SAMTIN-TO-IT
L’appart

SAMTIN-TO-IT

L’appartamento è bellissimo, arredato in stile moderno simil Ikea, e dopo la doccia non ci resta che raggiungere l’unica konoba aperta. Fatta tutta una serie di scalini per salire alla terrazza del locale abbiamo appena varcato la soglia che un marcantonio di gestore si avvicina e dicendo qualcosa d’incomprensibile intuiamo che voglia chiederci cosa vogliamo LI’ da LUI a QUELL’ORA. Improvvisamente Stefano più pronto di me entra in modalità robotico-didascalica e scandisce lentamente con chiarezza le parole magiche: SAMTIN-TO-IT.

Bersaglio centrato, il tipo ci fa accomodare in terrazza e finalmente si cena, branzino e calamari con Malvazija, tutto bene solo che all momento del dolce… il dolce non c’è, no palacinke, no gelato, niente di niente, solo grappa. NO PALACINKE? Seriamente? Ancora sconvolti dalla sorte di essere capitati nell’unico locale di tutta la Yugo che non fa palacinke andiamo a dormire nei nostri letti simil Ikea non prima di esserci scolati le due Pelinkovac monodose da 0,1 L che avevamo astutamente acquistato due minuti prima della chiusura nel mini mini market, forse è la prima volta che vado ad un ristorante la sera con in tasca una bottiglietta di digestivo.

LA STRADA PER PAG E’ LUN…GA

La mattina partenza presto, la meta di oggi è Novalja sull’isola di Pag, e per la prima volta pedaliamo su strade infami, larghe come superstrade e trafficatissime e siamo appena a maggio. Per fortuna è tutta un saliscendi, così ho la bella idea di spingere nelle discese in posizione aerodinamica (!) per rilanciare la Mukluk nella salita successiva, la cosa funziona perché riesco a tenere una velocità media decente, sono davanti Stefano e non mi volto fin quando non sono in vista del Paški Most, il ponte che unisce Pag alla terraferma, ma dietro di me non lo vedo. Al baretto del ponte bevo una Coca assieme ad una intera corriera di pensionati tedeschi e dopo un po’ arriva lui un po’ immusonito, ma non volevo correre, era solo che mi ero rotto di tutto questo traffico e non vedevo l’ora di passare questo benedetto ponte che non arrivava mai. Chissà perché, ma pedalare sulle strade dall’asfalto scolorito dell’isola mi ha subito rilassato, arriviamo assieme a Pag dove pranziamo e ci idratiamo per bene, ormai è scoppiata l’estate che sembra essere in luglio.

<a href=”https://bicidimont.com/p10″&gt;
class=”size-full wp-image-3513″ src=”https://bicidimont.files.wordpress.com/2018/05/p1010224.jpg&#8221; alt=”” width=”590″ height=”866″ /> Pag[/caption]

mo-a-pag/p1010230/” rel=”attachment wp-att-3596″> I nostri potenti mezzi[/caption]


Ci ripariamo dal sole a picco transitando per questa mini Riserva Naturale di Dubrava Hanzina, fresca e boscosa, poi gli ultimi km fino a Novalja dei 79 previsti sono un rettilineo che non finisce più, bene, siamo arrivati, scendiamo al centro e… delusione pazzesca, sembra di essere a Lignano la domenica, un casino totale. Nessuno dei due ha il coraggio di pronunciare quel nome, ma ormai è inevitabile,  Lun, andiamo a Lun ultimo paese sulla punta settentrionale dell’isola che sicuramente è meglio di questo carnaio assurdo. Altri 18 km? Che vuoi che sia, le gambe dopo una settimana di bici girano alla grande, ma è il culo che fa male tanto che spesso bisogna scendere di sella e sgranchire la chiappa camminando un po’. A Lun il gps riporterà 97 km percorsi in 9h30 e 940 metri di dislivello, discesa e salita ovviamente coincidono. Lun è bellissima, piccola e confortevole, troviamo subito un bell’appartamento bicamere a 50 metri dal mare e la konoba Jadran ha il pesce freschissimo e le migliori cameriere incontrate finora, che vuoi di più dalla vita? Una Pelinkovac?

Dopo 97 km ce ne vogliono due a testa

TAXI BOAT, PLEASE!

E’ ormai una settimana che siamo in giro per la Croazia e la nostra giornata è sempre più basic, l’ultimo sabato di più, passiamo dalla colazione alla passeggiatina, oggi niente bici che il didietro è piagato, all’aperitivo alla pennicchella e per finire cena e dopocena riempiendo lo stomaco con 3 tipi di risotto diversi, vino rose’ gentilmente offerto dal signor Mario proprietario dell’appartamento, e per finire, al baretto sul mare dove dei ragazzi guardavano la finale di Cempions da un cellulare mangiando hamburger, in questo preciso ordine: gelato, pelinkovac, bruschetta al pomodoro e tonno con la solita Ožuisko, al che anche la simpatica cameriera ci ha fatto notare sorridendo che di solito non si fa così.

Parlando con Mario, che capisce e parla lentamente anche l’italiano, la butto lì, non è che conosce qualcuno con la barca che ci porterebbe l’indomani sulla costa così eviteremmo di tornare a Novalja e andare a prendere il ferry? Mario toglie il telefono dalla tasca e chiama subito Michele, un suo amico con il Taxi Boat, fatta, l’indomani alle 10 ci aspetta al porticciolo e per 90 euro ci porta a Jablanac sulla costa da dove in 30 km si rientra a Sveti Jurai, soldi ben spesi sia per evitare altri 30 km e 400 metri di salita sia per la figata di fare un viaggetto in barca.

La scia delle gomme fat 🙂 Il Velebit è sempre là

Il viaggio in mare è un piccolo lusso che ci siamo concessi a fine giro ed è sempre divertente, a parte l’eccessiva verbosità di Michele, il barcaro, che oltre a propinarci qualche aneddoto cristiano-esoterico su Rab e le sue strade in riga di 3 e file di 4, 3X4=12 come gli Apostoli, qui vorrei voltarmi volentieri a interromperlo con un bel chissenefrega, ci propina l’idea di sbarcarci alla baia di Zavratnica, Riserva Naturale integrale blah blah dove si entra con sole 25 Kune e a questo punto stiamo per spiegargli il giro che abbiamo fatto e quanti parchi e riserve naturali abbiamo passato ma per fortuna siamo già a Jablanac e rimettiamo piede sulla terraferma, ma una volta i marinai non erano gente taciturna?

Come ultima digressione pedaliamo per qualche km sulla vecchia strada costiera con i suoi viadotti e le massicciate in pietra di chissà che epoca, qualche ricerchino su gugol bisognerà farla. Avevamo calcolato bene anche l’arrivo a Sveti Jurai, discesa di 10 km sui 30 percorsi e arrivo trionfale al parcheggio dopo 407 km di cui 85 su sentiero, 5400 metri di salite e 6860 di discese, Velebit checked, Paklenica checkrd, Pag checked.

rc=”https://bicidimont.files.wordpress.com/2018/05/p1010324.jpg&#8221; alt=”” width=”590″ height=”398″ /> Strade perdute e ritrovate[/caption]

hment wp-att-3597″> Sicuro che è finita?
Non resta che andare a prendere la seconda auto allo Zavizan e comprar

Non resta che andare a prendere la seconda auto allo Zavizan e comprarsi la maglietta ricordo del Sjeverni Velebit alla stazione del guardaparco, mica dobbiamo dirgli il giro che abbiamo appena fatto :).

L’altra faccia del Velebit

VPP, MASSACRO REALE NON VIRTUALE

Se inizi una traversata alpina di 100 km con la prima metà di una bellezza sconvolgente t’immagini che possa essere tutta così, ma non hai fatto bene i conti con il signor Velebit, magari se non hai trovato informazioni dettagliate sulle tappe successive o qualche video esplicativo sul tubo un motivo ci sarà. Il terzo giorno partiamo baldanzosi da Baške Oštarije su a piedi lungo una piscina da sci (!) dismessa con tanto di ski-lift arrugginito, seguiamo i bolli del Velebitski Planinarskj Put, VPP per gli amici, che secondo i nostri calcoli ci dovrebbe portare alla Tatekova koliba, un bel casolare nella valletta di Stap in circa 10 ore “ma in bici stiamo di meno”.

Diciamolo, è stato un’epic fail clamoroso, un sentiero impedalabile al 95% difficilmente praticabile anche a piedi vista la quantità di alberi abbattuti nella parte del bosco e rovi e spine assassine sulla mulattiera che scende al mare, mulattiera che dopo 15 km di su e giù a piedi per una serie infinita di doline su sentierino quasi dismesso abbiamo imboccato come via di fuga alla strada costiera, l’avevamo già messo in conto prima di partire studiando le mappe ma non ci si immaginava una discesa fatta per 3/4 con la bici a mano!

Tipico passaggio con la bici a mano (foto di Stefano Lavia)
I posti di per se’ sono anche suggestivi, ma sul momento non lo apprezzi più di tanto

Una giornata di fatiche supplementari comunque ci può stare se vai in posti nuovi senza tante indicazioni, l’importante è uscirne senza farsi male, peccato perché la mulattiera di discesa al mare di evidente costruzione militare con pendenze lievi e uno sviluppo considerevole se fosse pulita e sistemata diventerebbe qualcosa di straordinario per la bellezza ambientale e l’interesse storico e anche divertente da scendere in bici, il problema è ma a chi interessa?

Facendosi strada fra i rovi (foto di Stefano Lavia)
Mulattiera finalmente fuori dal bosco
La parte finale è più “scorrevole”

Dopo 20 km deliranti arriviamo a Lukovo Šugarje sulla strada costiera disfatti dal caldo e dalla sete, mi devo distendere all’ombra di una casa non abitata per mezz’oretta, l’insolazione fa brutti scherzi e mi sa che la mia crema solare da troppo tempo nello zaino è anche scaduta e non è servita a un caxxo, mentre Stefano più fresco di me, e chi l’ammazza questo, chiede informazioni sulla più vicina konoba/market/qualsiasi posto che venda birre fresche. “Sono solo 8 km al market più vicino”, cosa dovrebbe essere un incoraggiamento? Ma come si fa, un paese senza un bar, se fosse in Friuli ce ne sarebbero tre. Mi riprendo un po’ e senza emettere alcun suono che la gola è troppo secca inforco la bike e seguo Stefano bello pimpante sui pedali neanche fosse appena partito. Il bello della fat bike che nonostante le ruote larghe su asfalto se spinta ad una velocità costante va che è una meraviglia, non lo credevo neanch’io. Siamo finalmente al benedetto mini market/bar ma è chiuso, arriva un signore del posto che deve comprarsi l’aranciata, telefona al proprietario (c’è il numero sulla porta del negozietto) ed in un baleno da una casa vicina arriva la ragazza ad aprire, roba che solo qui in Croazia, e ci ritroviamo dopo 5 minuti seduti sulla panchina all’ombra con in mano due birre ghiacciate e pure le patatine, salvi!!!

Miraggio? No, Žaneta. (foto di Stefano Lavia la mattina dopo)

VESNA VA VELOCE

Se la giornata è andata sportivamente parlando abbastanza male, l’epilogo serale è uno dei migliori, mentre ci gustiamo le nostre due birre a testa arriva Vesna, una signora non più giovanissima ma ancora di bella presenza che in perfetto italiano ci chiede se vogliamo un appartamento per la notte ed è disposta a prepararci anche la cena, no carne perché è da scongelare, ma pasta, uova, patate, verdura e birra pronti in mezz’ora.

“Ma quanto è lontano? Sa, abbiamo avuto una giornata faticosa”.

“ 10 metri da qui”.

Non si poteva avere di meglio, mega pasta al tonno cucinata da dio, la signora è figlia di un cuoco, cena in terrazza vista mare, bell’ appartamento e letti comodi, last but not least la bottiglia di Pelinkovac lasciata a nostra disposizione con la vaschetta del ghiaccio piena, e il sentiero di oggi? Dimenticato.

 

Adesso si ragiona, eh?
Sonnifero biologico




 

Premužić Trail

LENTO E’ BELLO

Il bikepacking altro non è che la versione fuoristrada del cicloturismo ed è uno dei modi più lenti per viaggiare, camminata a piedi a parte, anche se spesso le due cose coincidono ma su questo ci torneremo dopo. La traversata del Velebit, la catena montuosa lunga 145 km più famosa della Croazia con le sue cime di 1700 m con spettacolare vista sulle isole del Quarnaro e una infinita rete di sentieri, è sempre stato un mio pallino e quest’anno con Stefano abbiamo progettato in tutti i dettagli il bike trip. Il più famoso di questi sentieri in quota è il Premužić Trail, in croato Premužićeva Staza, 57 chilometri di mulattiera rocciosa strappata alle rocce carsiche del Velebit settentrionale, “una vera opera d’arte della muratura a secco” come viene definita dalla guida “Escursionismo in Croazia” di Alan Čaplar, la bibbia per chi vuole avventurarsi da quelle parti. E’ stato progettato dall’ingegnere omonimo e costruito in tre anni dal 1930,  si sviluppa longitudinalmente da nord a sud tra i 950 e i 1500 metri di quota, ma, ed è un grosso MA, è vietato alle mtb, almeno così sembra dalle poche notizie che arrivano dal web. Sappiamo benissimo tutti che a volte è sacrosanto bloccare le orde di rider più o meno free sui sentieri con facile accesso in auto, ma noi contiamo sull’approccio soft da bikepacker appunto, io poi con la fat carica come non mai, per cui ad un eventuale incontro con i guardaparco contiamo di cavarcela con le nostre innate buone maniere, o alla peggio la faccia da fesso, l’importante è non lasciare sgarfate, non sporcare l’ambiente e dare precedenza ai pedoni, tutte cose che facciamo normalmente. Decisi a traversare il Velebit dal rifugio Zavizan alle gole di Paklenica mancava da decidere come ritornare a riprendere le auto e allora perché non continuare in modalità cicloturistica sulle strade asfaltate ancora non trafficate in maggio all’isola di Pag, risalirla e andare a prendere il traghetto per la terraferma chiudendo così il giro.

Selfie a Sveti Jurai (foto di Stefano Lavia)

VIETATO VIETARE

Lasciata un’auto strategicamente sulla costa al delizioso paese di Sveti Jurai, una kona, la posta, la capitaneria di porto e quattro case in tutto, sabato all’una e mezza siamo con la seconda auto al parcheggio dello Zavizan a 1500 metri, il borino che ci accoglie appena usciti dall’auto ci fa capire subito che l’estate è ancora là da venire, mettiamo il pile leggero e si parte. La stradella iniziale è quasi pianeggiante, i turisti vanno tutti al rifugio 50 metri sulla cimetta sopra di noi, giriamo un costone e troviamo la neve, ok niente crema solare e maglietta con le maniche corte oggi. All’inizio del sentiero la tabella riporta tutta la serie dei divieti classici presenti in tutti i parchi del mondo, toh, c’è anche la mtb, vabbe’ andiamo a mano i primi metri… ma solo i primi metri perché poi non si può non salire in sella e pedalare sul fantastico trail in piano nel bosco con il fondo compattissimo di terra rossa.

Sul biglietto d’ingresso al parco non c’è nessun divieto alle bici
il promettente inizio del Premužić Trail

BASIC BIKE

Stefano è preoccupato, io dopo anni di Travenanzes e Krn vietati sento meno la pressione, e diciamolo, fa più danni un grassone di 100 chili con le suole in vibram, senza offesa per i grassoni beninteso, anch’io ho la fat! L’ambiente diventa ben presto quello carsico tipo Canin per intenderci, solo che qui tranne qualche breve tratto a piedi si può quasi sempre pedalare e lo spettacolo attorno è semplicemente grandioso, se ami i terreni carsici devi venirci almeno una volta nella vita. Gli escursionisti che incontriamo e salutiamo col nostro stentato “Doberdan” sono tutti sorridenti, anzi curiosi di queste strane gomme che monto, nessuno ci rimprovera o ci grida contro come capita a volte in Friuli e Slovenia.

E il primo bivacco è occupato, contenti? (foto di Stefano Lavia)

Al bel bivacco Rossijevo dove contavamo di dormire dopo la prima mini tappa ci sono altri 6-7 ragazzotti arrivati con zaini mastodontici, sono le 4, il bivacco ha solo 6 posti e dopo un rapido calcolo decidiamo di continuare per il rifugio Alan, in fondo sono solo altre 4 ore, alle 8 si cena! Questo sarò il leitmotiv del giro, come dei tanti giri fatti assieme a Stefano, finché c’è sole si va avanti a testa bassa, io che lo conosco mi sono premunito, il frame bag sulla mia bici è pieno di barrette e due sacche d’acqua per le merende al volo, stavolta il pericolo numero 1, la crisi di fame, non mi frega. Il bello di questi sentieri che hanno tante salite corte seguite da discese altrettanto corte ma che danno sollievo alla gamba e al morale, insomma, ci si diverte parecchio. In maggio nei versanti settentrionali ci sono ancora tratti innevati, si scende e si va ad andatura pedestre ma incontriamo un francese che ci informa che al rifugio manca un’ora, e sono le 5 e mezza, cavolo, stiamo andando piuttosto bene, così bene che nel tratto seguente su un collinone in terreno aperto decido di lasciar andare Stefano avanti e preparo il Mavic Air per il primo voletto. Tra una cosa e l’altra vanno via venti minuti, raggiungo Stefano che si era fermato ad aspettarmi visibilmente insofferente e sul momento ancora non lo capisco, ma già dal giorno seguente diventerà una regola tacitamente accettata: per compiere la traversata in tempi decenti non c’è tempo per queste divagazioni, sarà il primo ed ultimo volo del mio piccoletto sui cieli della Croazia, d’ora in avanti seguiremo tutti e due spontaneamente la semplice regola del pedala, cammina, fotografa, mangia, bevi, dormi, la giornata ridotta alle cose essenziali, basiche, anche questa è una lezione da imparare sul campo.

A metà della prima tappa su terreno aperto (foto di Stefano Lavia)

 

LO STARGATE DELL’ALAN

Alle sei e mezza arriviamo all’Alan più di un’ora in anticipo sulla tabella di marcia complice un magnifico single track scorrevole come pochi, e guarda caso gli ultimi metri sono su strada asfaltata così abbiamo pronta la nostra versione se ci chiedono da dove siamo venuti. Il rifugetto in legno è veramente carino, il gestore ci saluta appena messa giù la bici, siamo gli unici su ruote di tutto il numeroso gruppo di clienti, entriamo nella prima stanza a destra e ci troviamo direttamente nella cucina dove qualcuno armeggia con le pentole sulla stufa a legna e altri siedono all’unico tavolo mangiando una minestra e bevendo una Karlovacko, l’atmosfera è di quelle super rilassate e sembra che ognuno possa fare quel che vuole. Chiediamo un posto per la notte e in due minuti il gestore ci porta all’unica altra stanza del piano terra, una specie di sala da pranzo sui generis e ci dice che possiamo tranquillamente tenerla tutta per noi e dormire sui materassi appoggiati alla parete in fondo, per la cena possiamo sederci di là che subito è pronta la minestra di verdure con salsiccia. Naturalmente ci chiede da dove siamo partiti e per dove siamo diretti e ai nostri racconti di giri sulle strade asfaltate secondarie del Velebit si presta volentieri al gioco di far finta di crederci e questo ce lo rende subito amico. Quello che succede nelle ore successive ha del surreale, Stefano ed io ce ne stiamo a sorseggiare la pelinkovac in piedi alla finestra della cucina mentre intorno tutti entrano ed escono con una certa lentezza dalla stanza senza un motivo apparente, vanno agli zaini ordinatamente appoggiati al muretto e preparati per la partenza vicino al pullman parcheggiato a un metro dal rifugio col motore acceso e invece niente, dopo un’ora l’autista spegne il motore e tutto il gruppo sale con calma al primo piano nella camerata in comune zaini in spalla. La mattina dopo, mentre noi due ci abbuffiamo di caffè nero e mega piatto di uova strapazzate, 4 a testa, tutto il gruppo della sera prima è, come dire, “affaccendato” nei preparativi della vera partenza, quella del giorno prima era evidentemente solo una prova generale e in quell’istante ne comprendiamo il significato, il rifugio dev’essere una specie di stargate per entrare in un’altra dimensione temporale dove la frenesia, il bisogno di fare le cose in fretta il più possibile, il correre per arrivare primi non esistono più, il ritmo lento e rilassato è la regola, non dovrebbe essere sempre così?

Lo scontrino del rifugio Alan

SENTIERI VISTA MARE

Partire alle 7 e mezza la mattina con un single track da sogno non capita tutti i giorni, non ci sembra vero, chi pensa più alle solite preoccupazioni quotidiane, la mente è sgombra e vola in alto più del drone, le Surly Nate da 3,8” si divorano tutti i sassi piantati di taglio nella mulattiera e passare dal boscoso versante orientale del Velebit a quello roccioso occidentale con lo spettacolare panorama sulle isole del Quarnaro ad una selletta spazzata dale raffiche di bora è come vivere un sogno ad occhi aperti, sai che stai staccando il biglietto vincente della lotteria.

Alle 7.30 già in sella (foto di Stefano Lavia)
Stefano in action
Lo zainetto da bici di Stefano
Lo spettacolare panorama su Rab
I love rocks and roll (foto di Stefano Lavia)
Il mattino ha l’oro in bocca

La seconda parte del Premužić Trail è la più lunga, varia e fisicamente impegnativa, sono 35 km e 8 ore di saliscendi con 560 metri di salite e 1000 di discesa ma in certi tratti la mulattiera si è ristretta a sentierino invaso dall’erba e con qualche albero caduto per cui l’andatura è rallentata, si vede che non è frequentata come la prima parte fino all’Alan. Ci si diverte comunque e la vista sul mare allevia la fatica e più si scende verso sud e più il clima diventa confortevole, il vento è cessato e fa caldo, quasi un cambio di stagione. A differenza del primo giorno non incontriamo nessun escursionista, solo nel tratto finale dopo il bivacco Skorpovac incrociando una strada bianca un tizio ci saluta incredulo, forse di qua non passano tanti in bici.

Sentieri vista mare
Al bivacco Skorpovac non c’è nessuno
Mulattiera assolata (foto di Stefano Lavia)
Gli ultimi km del Premužič Trail (foto di Stefano Lavia)

Dopo 57 chilometri, o 52 secondo il mio gps, il Premužić Trail finisce nei pressi di Baške Oštarije, quattro case con un ostello dove dormiamo la notte, ci perplime il parcheggio alla fine del sentiero, uno spiazzo terroso in discesa che sembra appena disboscato con una semplice scritta su un albero, completamente differente dall’ingresso settentrionale tutto perfettamente organizzato e tabellato, qua di sicuro girano meno soldi. A cena stavolta ci sfoghiamo con minestra, grigliata di carne, birre, palacinka e pelinkovac, il tutto viene assimilato in tempi record e anche questa sarà la regola dei prossimi giorni, e ci godiamo il momento, anche perché  non sappiamo ancora cosa ci aspetta l’indomani.

Uorsic

Non è una vera cima, piuttosto una collinetta a quota 966 metri con i bunker interrati un tempo “a difesa” del confine orientale, però ogni inverno appena nevica mi attira per il bel sentiero che scende a Calla, continua in saliscendi alla chiesa di S.Andrea e s’infila in un’antica mulattiera lastricata in picchiata giù a Goregnavas ed Erbezzo, saranno 500 metri in tutto ma con la neve fresca è un vero spettacolo, a chi piace il genere beninteso e a me piace da matti, vietato ai minori di 3″. Gita non adatta a chi va di fretta, qua non servono ginocchiere e paragomiti tanto se cadi nella neve fresca non ti fai niente, piuttosto un paio di  Salomon in goretex perché le Five Ten tengono un’oretta e poi s’inzuppano, un piumino leggero per le soste, la GoPro e naturalmente, da quest’anno, il Mavic.

Per arrivarci ci sono due possibilità: salire a Montefosca e poi tagliare il fianco Ovest dello Joanaz su forestale di solito tracciata dai fuoristrada oppure aggirando da Sud il Craguenza per la strada che poco sopra Zapatocco porta a Cocianzi, passa Cedermas, arriva sul crinale sud del Craguenza da dove si prosegue per asfalto a Tamoris e alla casermetta militare dove finisce la strada trenta metri sotto la cima.

Se alla fine vi viene fame potete sempre fermarvi a Loch e sfamarvi con la gubana che porta lo stesso nome di un paese attraversato in bici la mattina. Quale? Beh, sta a voi scoprirlo, non posso mica dirvi tutto.

Giro in centro a Rovigno

Ripresa la bici dopo mesi di digiuno, passati in altre faccende tra cui guarire un piede rotto, non è che si può pretendere di fare grandi cose, giusto un giretto in centro a Rovigno in mezzo al carnaio di fine estate per ammirare le bellezze locali, in senso architettonico ovviamente, e per un po’ di foto street con l’economica Sony AS50 che costa meno della metà della GoPro 4 Black, alla fin fine un biker non può vivere di sola Blackmagic. In realtà io e il Poz abbiamo fatto un mini giro di tre giorni da Kanfanar a Prematura con ritorno via Rovigno, un percorso misto fra la Strada degli Ulivi di Rumiz e la Trans Istria, traccia gpx trovata chissà dove sul web che sonnecchiava da anni in una cartella secondaria del mio macbook. Andare in Istria ai primi di settembre è abbastanza sconsigliabile, troppo caldo e troppa gente per girare in bici, sarebbe meglio aspettare due-tre settimane per cogliere il momento ideale, o addirittura ottobre, ma poi ci sarebbe il problema dell’alloggio negli apartmani ormai chiusi e non ti capiterà più di veder cose strane tipo un austriaco di mezz’età che pedala in centro con i sandali su mtb con forcella doppia piastra.

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Non è un paese per biker vecchi/2

Dopo Krk quest’anno è la volta di Cherso, quattro giorni di sole, mare, bici, ozuisko e calamari per rinfrancare lo spirito e curare gli acciacchi fisici, ma sempre consapevoli che qui il terreno è tutto fuorché mtb friendly, i sentieri si concedono al 50%, per metà riesci a stare in sella e per l’altra metà cammini, prendere o lasciare. Il bello sta nel raggiungere baiette solitarie dove si arriva solo via mare o a piedi con lunghe camminate, con la bici si soffre ma anche ci si diverte in qualche bel passaggio, una specie di SMMTB non adatto a tutti, qualche altro tedesco però l’abbiamo incontrato, e te pareva. Se poi si esce dal bosco dopo due ore su e giu’ e si arriva ad un verde prato in riva al mare con tavoli e panche per grigliate allora ti dici che ne valeva la pena ed è proprio l’occasione giusta per sbracarsi, nel vero senso della parola.

Sveti Blaz è una spiaggetta ghiaiosa con annessa chiesetta diroccata a nord di Cherso e raggiungibile per sentiero in saliscendi e segnalato di 7 km e mezzo, dislivello di 600 metri A/R: fino alla chiesa di Sv. Salvadur è facile e piacevole fra i muretti a secco, dopo diventa una lotta vera e propria con il fondo di pietre smosse ma i tratti su terra battuta a mezzacosta con vista mare sono spettacolari soprattutto la mattina quando non picchia ancora il sole. Per chi non se la sente c’è la facile sterrata che da Cherso porta a Valun, segnalata e frequentata, impossibile sbagliare. Quella che mi sono segnato per la prossima volta invece scende al mare da Lubenice, cittadella fortificata molto visitata dai turisti e con un bel troj tecnico e invitante che scende ad una baia da cartolina, qua mi sa servono gomme da 2,50 per non catapultarsi nel tornante in basso, il che vuol dire bici pesante al ritorno da spingere su per il sentiero!

E anche sta mini vacanza è andata, 6 litri di birra scolata sono bastati appena per placare la sete ma la voglia di isole è rimasta intatta, ci si vede alla prossima.

Cherso
Cherso
La sterrata per Valun
La sterrata per Valun
La baia di Cherso
La baia di Cherso
Valun
Valun
Il sentiero per Sveti Blaz
Il sentiero per Sveti Blaz
Fosse tutta così...
Fosse tutta così…
Sveti Blaz
Sveti Blaz
Mare colore yeti ;)
Mare colore yeti 😉
Lubenice
Vista da Lubenice
Non male questo troj
Non male questo troj
Cena frugale
Cena frugale
Cherso di sera
Cherso di sera
575 touring
575 touring

La Strada della Malvasia: Finis Terrae

Terzo giorno della SDM e non ci rimangono che 17 kilometri per arrivare alla punta meridionale della penisola di Promontore e dell’Istria intera, la nostra meta finale dove la terra lascia spazio al Mare Adriatico e non si può più andare oltre, con la bici s’intende. La giornata è calda e sebbene sia il 29 settembre sembra di essere in estate, quell’estate che quest’anno abbiamo aspettato, desiderato, cercato sulle montagne e altrove ma che solo adesso si concede a noi biker stanchi, sudati e con le gambe acciaiate dai tanti km percorsi, la ricompensa perfetta per questo fantastico tour. Programma della giornata il periplo della penisola, una ventina di km su single track e qualche sterrata che vale per intero il prezzo del biglietto, naturalmente con sosta a metà fra i canneti del Safari Bar, per la cena invece ci aspetta la konoba Mamut in paese per finire in bellezza con la bevanda sponsor del giro.

L’indomani, quando passiamo il cartello di Premantura per il ritorno senza storia a Parenzo, mi scatta improvvisa la nostalgia, sento già che questo posto magico mi mancherà fino al prossimo anno.

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La Strada della Malvasia: Shopping domenicale a Pola

L’idea di andare per centri commerciali in una festa comandata è l’ultimo dei miei desideri, ma, shit happens, dicono gli americani, e quando ti trovi la domenica pomeriggio durante un tour in bici lontano da casa che ti scoppia il copertone e anche se metti una camera d’aria nei tubeless rischi di non andare lontano allora sei costretto a fare quello che a casa non ti sogneresti mai e poi mai. Il fattaccio accade a Fažana mentre sfiliamo alle tre del pomeriggio sul lungomare fra i turisti della domenica, dopo 76 km 6 ore in sella e 1200 metri di salite, scendendo da un banale ponticello: il Continental Explorer, la peggiore gomma del mondo già da nuova montata al posteriore della Heckler di Stefano decide per l’harakiri pubblico ed esplode davanti ai ragazzini in bici, alle famiglie a passeggio e a me che lo seguo a ruota. Non riesco a smettere di ridere mentre il mio compagno di viaggio, incazzato come una jena, ci mette tutte le sue abilità di meccanico nel cercare di riparare il veliko sbrego, ma il nastro telato bianco che appiccica esternamente alla gomma non sembra garantire tanta strada, nemmeno i 20 km che ci mancano a Premantura, la nostra meta finale ormai a portata di mano. Pola è però a meno di 10 chilometri, magari troviamo negozi di bici aperti e allora vai, prendiamo la strada asfaltata così rischia(mo) di forare meno.

Arriviamo senza danni in città passando per il panoramico lungomare del porto abbandonato e, toh, alla prima rotonda prima di arrivare all’Anfiteatro romano vedo un Bike Shop aperto, che botta di culo, ci fiondiamo lì mentre esce il proprietario che in una frazione di secondo esce e chiude a chiave la porta del negozio, ha la moglie in auto che l’aspetta ed era passato di là per chissà cosa, che sfiga, vabbè chiediamo a che ora apre domani, alle 9. Non ci disperiamo, ci sono pur sempre i centri commerciali aperti di domenica anche in Croazia, e il Kaufland, guarda caso una catena tedesca, è lì a 500 metri, ma di copertoni da mtb 26″ neanche a parlarne: allora è destino che passiamo la notte a Pola, grigliata di carne e Karlovačko in un’osteria vicino al  mercato e pernottamento in alberghetto a due stelle, dove collezioniamo un’altra figuraccia quando uscendo per la cena chiediamo alla proprietaria dove si trovi il centro e lei risponde “E’ questo il centro! “.

La giornata era cominciata con la colazione migliore del mondo, pane, burro e un’ottima marmellata di fichi mentre Toni, il gestore dell’agriturismo di San Pancrazio, si lamentava dei francesi che gli chiedevano il permesso di accamparsi in tenda lì davanti, dei tedeschi che a cena ordinavano 5 minestrine in dieci, e noi con la bocca piena non potevamo che annuire, ormai ci sentivamo come a casa degli zii.

Salutato Toni saliamo in sella, la nebbia stagna ancora sotto la collina di Montona ma il sole già alto scalda quel tanto che basta per togliersi la giacca dopo pochi kilometri. Propongo di seguire per un breve tratto la Parenzana, quel tanto da invogliare il mio compagno di viaggio a future puntatine istriane, per poi riprendere il percorso originale della Strada degli Ulivi, un po’ di improvvisazione quando sei in bici ci vuole proprio,  i road book precisi al centimetro li lasciamo volentieri ai biker a nord delle alpi, sarà che quando si pedala in posti nuovi ci si sente liberi da tutti i fardelli e obblighi della routine di ogni giorno. Siamo nel centro dell’Istria e il percorso si snoda ameno fra colline, campi coltivati e belle stradine senza traffico fino ad arrivare ad Antignana/Tinjan. E’ un antichissimo e silenzioso paese arroccato sul Vallone di Canfanaro, la Draga cioè valle in croato, un vero e proprio sprofondamento dell’altopiano carsico lungo 25 km dal Canale di Leme a Pisino, dove il terreno roccioso e le doline lasciano spazio alle marne e alle terre rosse fertili, e ne faremo presto conoscenza. Sì perché abbiamo la bella idea si seguire quello che ci sembra essere l’itinerario originale di Rumiz, scendiamo da Tinjan per un’antica e suggestiva mulattiera fra i muri a secco, un centinaio di metri di bel single track e a seguire una micidiale trappola di rovi spinosi che si accaniscono sui nostri stinchi e avambracci. Una volta sbucati sul fondo verdeggiante della Draga siamo obbligati a destreggiarci su un tratturo fangosissimo dove le piogge delle scorse settimane hanno lasciato evidentemente il segno, altro che calcare, sembra di essere sull’argilla di Faedis e quando rientriamo sulla strada asfaltata per Canfanaro le nostre bici e le nostre gambe sono coperte da uno spesso strato di fango secco di colore grigio chiaro che esibiremo orgogliosi fino a Pola. Al bivio successivo siamo assaliti dai dubbi: continuare a sinistra per il banale ma più sicuro bitume o a destra sull’itinerario rumiziano sulla sterrata in leggera discesa verso il fondo del vallone con il rischio di infangarci ancora. Naturalmente andiamo a destra, ci ispira decisamente di più e il percorso nel fondo della Draga è veramente suggestivo, la giornata è stupenda, campi coltivati di terra rossa si alternano a fresche boscaglie e il terreno pianeggiante ci induce a spingere sui pedali come xcountristi impazziti. Troppo bello per essere vero, il fondo ritorna argilloso e le pozzanghere larghe a dismisura e una dopo l’altra  ci fanno capire che di questo passo finiremo la tappa a notte inoltrata. Ci giriamo verso destra e in alto vediamo svettare sul vallone il campanile di Corridico/Kringa, ah, quello dove dissotterravano i cadaveri dei presunti stregoni per impalarli, altro buon motivo per non passare qui la notte, e allora basta Draga, torniamo sulla strada asfaltata che si va più spediti. Decisamente un altro andare, un panino al prosciutto e Ozuisko al market e maciniamo km senza grosse fatiche. A Bale/Valle d’Istria sentiamo ormai l’odore della salsedine, l’aria è più calda e la strada deserta è in leggera discesa e si corre, finalmente. Alle quattro del pomeriggio arriviamo finalmente al mare, a Fažana, ci concediamo un cinque, ce lo meritiamo dopo 158 km e 2300 metri di dislivello,  birra fresca al primo market che incontriamo, ovviamente Karlovačko, una sola però perché il giro non è ancora finito. Eh già,  ormai che siamo a Fažana perché non arrivare in serata a Premantura?

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La Strada della Malvasia: Giu’ dal ciglione

Già conosciuta come Strada degli Ulivi e battezzata dallo scrittore triestino Paolo Rumiz noto per i suoi racconti di camminate e bevute, le seconde non inferiori alle prime. L’idea di tagliare l’Istria in due con un percorso in mtb da Trieste a Premantura è senza ombra di dubbio allettante, abbastanza impegnativa fisicamente e molto consigliabile a settembre-ottobre quando le temperature sono più miti, i turisti se ne sono quasi tutti andati e le strade sono meno trafficate. E’ un itinerario di 160 km circa e 2500 metri di dislivello, ma bisogna tenere conto anche dei probabili e frequenti errori di percorso, vista la complessa rete di sentieri, sterrate e stradine del territorio, anche contando sul gps che qui non sempre è d’aiuto vista la scarsità di una cartografia aggiornata, utili a questo proposito le OpenStreetMaps utilizzabili con le varie app sui telefonini intelligenti, molto consigliabile Gaia GPS. I quattro giorni che ci attendono saranno sotto l’insegna del motto “Life Is Simple Bike Beer Bed” come stampato sulla maglietta comprata su ebay, e il collaudato compagno di viaggio sarà Stefano, con lui ho già fatto svariati tour compreso quello sulle isole dalmate di due anni fa, un tipo apparentemente calmo nonostante la sua propensione al moto perpetuo, per così dire, al non star mai fermo più di tanto nello stesso posto. E comunque ho in mente di adottare una particolare strategia per salvarmi i quadricipiti: ogni tanti km mi inventerò qualche piccola noia meccanica, un piccolo fastidio fisico o la voglia di fare una foto  che mi costringeranno a fermarmi, ecchecazzo sono in ferie mica ad una gara di xc, io lo odio il crosscountry.

Partiamo da Bagnoli della Rosandra alle 8 di mattina di sabato, caffè e brioche al baretto del paese e poi su in salita a Prebenico. Non salgo sulla bici da un mese e a peggiorare le cose scopro di avere le pastiglie che toccano i dischi, ho montato il nuovo set di ruote con le Maxxis Crossmark da 2,25″ per i giri easy ma non ho dedicato abbastanza tempo alla regolazione delle pinze dei freni, con il risultato di faticare da subito più del dovuto. Vabbè’, è solo l’inizio ed è giusto partire piano se si vuole andare lontano. A San Servolo trovo Stefano che mi aspetta al primo bivio, gli dico dei freni e la cosa lo diverte, non immagina ancora cosa l’aspetta l’indomani… ma cos’è un viaggio senza quei piccoli imprevisti che apparentemente ti fanno perdere tempo. Oltrepassato il castello di Socerb si entra nell’altopiano e subito davanti a noi la stradina si srotola nella più classica delle lande carsiche, il sole già scalda  e il cielo sereno mi mette buonumore, è l’inizio della fantastica cavalcata dell’Istria Divide. Conosco già il posto, d’inverno vengo spesso a Hrastovlje e ho collezionato negli anni diversi giri in bici tanto da permettermi di scegliere il percorso più adatto alla mtb fino a Gračišče perché il percorso di Rumiz non si adatta proprio al nostro mezzo. Passiamo sopra la falesia di Crni Kal, ravaniamo un po’ per oltrepassare la ferrovia e bici a mano camminiamo sul ciglione per un breve tratto prima di divallare a Podpec. Fantastico il momento quando attraversando le rotaie avverto Stefano che bisogna stare attenti che ogni tanto passa il tr… neanche detto che da dietro la curva appare la locomotiva, anche stavolta siamo salvi. Dalla ferrovia una bella mulattiera ci fa scendere velocemente a Podpec e quindi a Hrastovlje, addobbata per non so quale festa in collaborazione con l’Università di Trieste e noi approfittiamo per berci una coca. Lasciamo con un pizzico di dispiacere i tavoli affollati di studentesse per lo più straniere per affrontare una salita stranamente melmosa, il fango sarà la sorpresa di tutto il giro dopo le inusuali piogge estive di quest’anno. Ripresa la strada asfaltata a Kubed non ci resta che pedalare verso sud, a Gračišče deviazione a sinistra per San Quirico: arrivare alla chiesetta con cimitero sotto il sole a picco e il caldo pazzesco che neanche in tutta l’estate è una fatica non da poco, per fortuna la discesa successiva ci rinfresca a dovere e arriviamo in un baleno al confine sloveno. Sorpresa, alla dogana ci chiedono i documenti, ma non siamo tutti in Europa ormai? Al confine croato invece sembra tutto abbandonato, non c’è nessun controllo e la cosa ci piace, ancora di più il tratto di strada che segue in una bucolica valletta con dei paesini sparpagliati qua e là fino alla confluenza della valle del Quieto, oh, guarda che nome, il gioco degli opposti… Siamo subito assaliti dal profumo di porchetta alla brace della konoba sulle rive del fiume, la fame ci assale di colpo e allora vai con la prima Ozuisko, cevapčiči e patate che la porchetta non è ancora pronta, ma usata come esca ha funzionato a dovere.

La strada per Montona è piatta e veloce, maciniamo km in agilità e al ponte diciamo ciao al Quieto e iniziamo l’ultima salita della giornata, la peggiore dato il caldo, la sete e la fatica accumulata in questi 68 km e 1750 metri di dislivello positivo, ma bene o male entriamo nella rocca in cima ala rupe in mezzo al solito sciame di turisti e ci fondiamo al baretto della Piazza di Sopra per la mega birra che ci spetta. Ci sediamo all’ombra degli ippocastani vicino ad un gruppo di biker germanici che fanno un casino bestiale, si capisce anche dalle bici pulite e senza bagagli vicino alle nostre, infangate e decisamente più vissute, che devono aver fatto ben poca strada. Ma il bello deve ancora arrivare: a turno uno di loro prende la bici a mano e senza zaino scende a piedi il selciato ripido sotto la Porta Castellana che con una curva scende dalla sommità del colle, poi sale in bici e si rifà la salitina ciottolata sui pedali: appena compare alla vista dei compagni seduti ai tavolini del bar tutti loro si alzano in piedi schiamazzando in modo esagitato e parte una specie di ola fragorosa, qualcuno filma col telefonino qualcuno con una telecamera vintage e lo spettacolo si ripete tre-quattro volte sotto il nostro sguardo allibito, gli scappa pure qualche frase sugli “italiener” evidentemente rivolta a noi, e allora un “light a fan cool” sottovoce ci scappa pure a noi, altro che alpenstock di stocazzo. Dopo questi nobili e raffinati pensieri ci alziamo dalla sedia rinfrancati e abbastanza orgogliosi di noi stessi, pronti per il giro delle mura e townhill finale con slalom improvvisato fra i turisti fino ai piedi della collina di Montona, perché noi le discese a piedi non le facciamo mai.

Il pernottamento all’agriturismo “Da Toni” a San Pancrazio, a due chilometri di distanza, è il giusto premio alle fatiche della giornata, immerso nel verde e in mezzo ad ogni tipo di animale compresi i nostri cugini, gli asini, cena sublime a base di simil strozzapreti con il tartufo, carne alla griglia e malvasia di produzione locale, e per digestivo lo sconosciuto “viski” fatto con vischio appunto e miele, un vero nettare che ci ha catapultato in mezz’oretta tra le braccia di Morfeo.

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