Marchkinkele

Itinerario scoperto nei primi anni di mtb qualche anno dopo voglio ripeterlo da solo, è un settembre particolarmente piovoso e parto da Udine all’alba destinazione Dobbiaco, la mattina è fredda come quasi a novembre e la neve ha già fatto la sua prima apparizione sulle cime più alte. Ho vaghi ricordi della gita ma rivedendo le foto mi par di ricordare il freddo becco patito pedalando in salita, la sosta in cima limitata alle due-tre cose indispensabili, cambiarsi, mangiare qualcosa e un paio di foto, e la frettolosa discesa sul magnifico sentiero 1 nella lunare valle del Blankenbach con le mani congelate, se penso alla stessa discesa fatta l’anno scorso nello stesso mese ma 18 anni dopo è quasi la conferma scientifica del riscaldamento globale.

Giro straconsigliato della Val Pusteria, in italiano sarebbe il Cornetto di Confine, è il classico millino (=gita di 1000 metri di dislivello) da fare ogni estate-autunno, io l’avrò percorso 8-9 volte e lo conosco a memoria, però puoi sempre incontrare qualcuno come è capitato a me l’ultima volta che vedendoti arrivare in bici un po’ allegramente ad uno dei tanti tornantini del sentiero lui e consorte fermi con le bici a mano vuole darti il suo consiglio spassionato: “Fai attenzione qui!”.

Forca dei Disteis

E’ la prima volta che scrivo qui di una gita di tanti anni fa, del resto adesso è la prima volta di tante cose, stare settimane senza poter prendere la bici, caricarla in macchina e andarsene a zonzo per sentieri ti fa ricordare uscite in bici di secoli fa e pensi “ecco, là devo tornarci appena finisce ‘sto bordello”. Un po’ come prima di internet, blog e forum vari andavo in bagno sempre con la cartina Tabacco, i migliori giri nascevano seduti là  e so per certo che non ero l’unico a farlo.

La mia bici all’epoca era un’ Olympia-non-so-più-quale-modello, per me la prima full suspended, all’epoca veniva pubblicizzata nientemeno come “la bici ufficiale della nazionale taiwanese di mtb” e sticazzi, fattosta che nonostante il terribile telaio di rigidità pari allo zero l’ho portata in giro per le Alpi Carniche, Giulie, le Dolomiti e le ho fatto fare pure il giro del Monte Bianco, ai tempi non soffrivo di GAS, Gear Acquisition Syndrome tipica della mezza età e il mezzo si teneva per anni e anni finché non si disfava. L’ultima volta che l’ho cavalcata è stata appunto a Forca Disteis, non proprio un percorso inseribile in una guida di itinerari mtb, però famosa per le sciate primaverili fuori pista e senza dubbio una meta escursionistica a cinque stelle anche senza neve. Una mattina a buon’ora, era la fine di maggio del lontano 2003, partito da Sella Nevea direzione Piani del Montasio non sapevo ancora se mi sarebbe riuscito portare la bici a mano per i 700 metri di sentiero su in forcella, ma essendo ancora abbastanza giovane e testardo e nonostante la giornata un po’ grigetta alla fine con qualche fatica alla forca ci arrivai. Ai tempi giravo con una rudimentale fotocamera digitale e scattavo sì e no 5 foto a gita, mi bastava la classica cartolina della bici in cima e poi giù a manetta, si spiegano così le poche testimonianze fotografiche del periodo. Rivedendo quelle fatte a Forca dei Disteis mi sembrano ancora abbastanza interessanti, di sicuro da quelle parti non sono passate tante bici neanche negli anni seguenti, la cosa forse più bella durante la discesa sul bellissimo single track a zig zag appena accennati è che dovevo fare attenzione alle marmotte che facevano capolino dalle tane scavate proprio sul sentiero, povere bestiole.

Se la giornata fino all’arrivo ai piani del Montasio era stata senz’altro epica nella discesa finale da Casera Cregnedul di sopra a Sella Nevea sul temibile sentiero 625 si sarebbe consumato un piccolo grande dramma, un brutale impatto della gabbia del cambio su una roccia sporgente mi avrebbe distrutto il deragliatore posteriore e cosa pù grave anche il forcellino, era la prima volta che mi capitava una cosa del genere e il fattaccio nelle settimane seguenti mi fece decidere di cambiare bici e svenarmi per una bellissima Banshee tutta nera, la perdita dell’innocenza.

L’ho ritentata tanti anni dopo con la fat bike perché la volevo provare col fondo leggermente innevato ma era la fine di aprile e c’era ancora tanta neve, chissà, magari quest’anno fra un mese sarà la volta buona, coronavirus permettendo 



Pazza domenica

Avevo preparato il nuovo zaino fotografico high-tech da giorni, la fat bike pulita e pronta per la prima vera neve dell’inverno, i quattro giorni di ferie programmate finalmente arrivati per non parlare del meteo perfetto come non si vedeva da tempo, e invece niente, adesso la situazione è talmente grave che bisogna stare chiusi in casa contenti di non avere neanche una lineetta di febbre. Non posso non pensare alle scene di domenica scorsa sulle strade della Carnia: mentre io da solo in auto ero diretto al fondo della Val Pesarina per farmi un giro con la fat in posti in culo al mondo tutte le auto che avevo incrociato erano di sciatori diretti nelle varie località sciistiche ammucchiati dentro i loro bei suv bianchi tedeschi per ammucchiarsi ancora di più poi in fila per lo skipass, si è parlato di 10.000 persone sulle piste, una follia. La mia giornata sarebbe continuata con un giro abortito per la troppa neve ma non sono mancati altri incontri assurdi, tipo un anziano escursionista veneto che mi si è avvicinato a 50 cm per chiedermi che tipo di bici avessi e subito tenuto a distanza di sicurezza con risposta il più sbrigativa possibile, ma soprattutto l’incontro con due motoslittari nella bellissima piana di casera Campo dove io arrancavo nella neve alta 50 cm cercando di arrivare almeno alla casera e questi due fenomeni che mi giravano intorno in cerchi concentrici neanche fossimo a Nazca arando tutta la piana come dei bambini che non si stancano del loro nuovo giocattolo. Ma dico, invece di girare così a cazzo imparate da chi come in Scandinavia e Nord America con la motoslitta batte le piste per gli escursionisti a piedi, i fondisti e perché no i fatbiker, vi divertite lo stesso e fate qualcosa di utile.

Questi giorni di non far niente, no mtb, no sci, no camminate in montagna, no giri fotografici, saranno sicuramente duri da sopportare, io quattro anni fa ho fatto più di un mese a casa col gesso e posso dire di essermi allenato abbastanza. Tutti dicono che prima o poi ne usciremo, che niente sarà più come prima, beh, lo spero, magari non compreremo più una nuova bici ogni due anni, non andremo in vacanza con l’aereo, gireremo in città con le nostre bici high tech senza rischiare la vita attraversando una rotonda, magari lavoreremo meno sacrificando una parte del nostro stipendio, insomma, “vonde monadis”. Nel frattempo rimango in casa e metto a posto le foto.

 

Fusine d’inverno

Un mesetto fa se volevi cercare neve in Friuli dovevi per forza andarti a ficcare in quel frigorifero che è la piana dei Laghi di Fusine, a gennaio il sole fa capolino dietro la Veunza fino alle 11-11 e mezza del mattino e dopo sono cavoli amari, a piedi o in bici soste brevi e pedalare. Rimane pur sempre il luogo ideale per sfoderare i supertele zeiss contax  per immortalare le magnifiche pareti innevate del Piccolo Mangart, Veunza, Picco di Mezzodì, far volare il drone sul lago e altri simili passatempi fotoescursionistici, il giro in bike si riduce a 400 metri di salita per una strada innevata con pochi sentieri a disposizione per la discesa ma la cosa non pare così grave. Se poi ti sei congelato le chiappe, al ritorno in auto puoi sempre scaldarti con un bell’album vintage, che so, Yeti degli Amon Düül II per esempio, scelta più che azzeccata. Per chi non ha fatto in tempo a conoscerli può ascoltarli nella colonna sonora del video qui sotto, i Queen a questi non son degni neanche di allacciargli le scarpe.

Il giorno più corto

Giorno più corto = gita più corta, i 400 metri di dislivello per raggiungere da malga Saisera il rifugio Grego sembrerebbero più adatti a famiglie con giovane prole al seguito, in realtà per l’inizio di quest’inverno con poca neve sono perfetti per adattarsi ai rigidi climi della stagione, se poi ti rendi conto che il sole lassù tramonta alle 13 e la massima ha appena toccato i -1° c’è poco da fare gli spavaldi, viene da girare la bici e scendere a valle appena possibile, saremo ricompensati con un favoloso white track facile e divertentissimo però vietato alle gomme under 3,8”, ma, aspetta, com’era quella storiella che le fat bike sono poco agili???

 

 

 

Zeiss Contax Planar 50mm F1,4

Oggi parliamo di fotografia vintage, beh, sì, a volte mi riesce difficile parlare solo di mountain bike, non sono uno di quelli tutto enduro e forcella fox ultimo modello, se vado in bici scelgo posti che abbiano una qualche attrattiva paesaggistica per fare foto e video anche a costo di fermarmi ogni due chilometri, me ne fotto di VAM e tempi di salita. Appena comprato su eBay un mitico Zeiss Contax Planar 50mm F1,4 ho dovuto provarlo in un posto speciale, speciale com’è questo pezzo di vetro e metallo giustamente famoso. Da un po’ volevo tornare in zona Planina Zaprikaj sopra Dreznica, in Slovenia, proprio sotto la parete ovest del Monte Nero, così l’abbinamento mi è sembrato perfetto. Risultato: una domenica neanche tanto fredda di dicembre con meteo che dall’umidità della mattina è decisamente migliorato per finire con un tramonto fantastico. Tecnicamente impietoso è il confronto con il simil obiettivo della Gopro, se poi ci mettiamo il sensore APS della Samsung NX500 allora il confronto diventa imbarazzante.

Com’era il sentiero in discesa? Per stavolta il mountainbiking è rimasto in secondo piano, ancora troppe foglie e sassi viscidi dopo le piogge dei giorni scorsi, aspettiamo che la neve compatti il tutto per divertirsi con la fattona e poi ne riparliamo. Stay tuned.

Fuga da Mukluk 2

Le esplosioni durarono tutta la notte, il rumore giungeva in lontananza da ovest e nella stazione di controllo Lanza IV sul pianeta Mukluk 2 con noi tre, io, Julian e Pavel buttati giù dalle brande ma preparati da giorni ad un’evenienza del genere era iniziata frenetica l’operazione di sgombero, ognuno sapeva esattamente cosa fare. Le notizie che giungevano dal Comando Centrale giù nella sterminata pianura erano in realtà abbastanza contraddittorie ma il protocollo in questi casi prevedeva di abbandonare la stazione alle prime luci dell’alba e scendere da quella strana montagna in mezzo al nulla con ogni mezzo a disposizione, bisognava solo lasciare i sensori esterni attivi e le aviocamere automatizzate in azione, tutto il resto doveva essere reso inutilizzabile da chiunque fosse arrivato lì dopo di noi. Erano già le 6 quando i miei compagni dopo un frettoloso saluto (dovevamo rivederci comunque di lì a pochi giorni) avevano calzati gli sci per risalire il crinale di fronte alla stazione e scendere nella valle sottostante e guardandoli allontanarsi col tele della mia videocamera portatile Bolex Mini Sixteen K pensai fra me “Che strano modo di spostarsi su questo pianeta del cavolo” ma nel frattempo mi compiacevo di avere scelto l’unico altro mezzo rimasto a disposizione, quella strana bici con le gomme larghe che nessuno voleva mai usare per le perlustrazioni di routine delle settimane precedenti, forse l’ingegnere pazzo che l’aveva progettata si era ispirato ai vecchi Rover lunari degli anni ’60.

Nella strana luce del nuovo giorno mi misi in sella alla F-Bike, nello zaino avevo da mangiare e bere per un paio di giorni e la fida aviocamera sopra la mia testa era pronta a segnalarmi eventuali pericoli di fronte a me, ma nonostante la situazione d’emergenza e una seppur minima apprensione tutto sembrava sotto controllo, la pista che avevo scelto passava per delle vallette ancora innevate ma più in giù s’intravedevano i prati verdi coperti dai crocus primaverili già di un bel violetto fosforescente, in fondo questo sperduto pianeta non era del tutto insignificante. Fu così che io e i miei due compagni, anche se con strade diverse, riuscimmo a salvarci dagli attacchi dei giorni seguenti e lasciare Mukluk 2 a differenza di tanti altri giù nelle pianure che non ebbero nessuna via di scampo. Nella mia memoria rimarrà per sempre la desolante bellezza di quelle montagne, chissà, forse quando tutto questo sarà finito ci tornerò.

Neddis

Dura la vita del fat biker in Friuli, e non tanto per questioni di dieta. D’inverno non ci sono strade di montagna pistate dalle motoslitte come in Alto Adige e i sentieri battuti dai ciaspolari sono pochi e non dove mi servirebbe, allora mi tocca aspettare la primavera per osare qualche sortita sul tanto agognato firn, la meglio neve che c’è. Il Neddis sopra Valdajer è quasi perfetto, gita breve di 600 metri, cima super panoramica, crinale poco ripido innevato fino a tarda stagione e peccato solo per la mancanza di un bel troj di discesa nella parte bassa ma per questa volta mi accontento della mulattiera che taglia la vecchia pista di sci.

Lo so, è solo “escursionismo”, ma a me piace.

Uorsic

Non è una vera cima, piuttosto una collinetta a quota 966 metri con i bunker interrati un tempo “a difesa” del confine orientale, però ogni inverno appena nevica mi attira per il bel sentiero che scende a Calla, continua in saliscendi alla chiesa di S.Andrea e s’infila in un’antica mulattiera lastricata in picchiata giù a Goregnavas ed Erbezzo, saranno 500 metri in tutto ma con la neve fresca è un vero spettacolo, a chi piace il genere beninteso e a me piace da matti, vietato ai minori di 3″. Gita non adatta a chi va di fretta, qua non servono ginocchiere e paragomiti tanto se cadi nella neve fresca non ti fai niente, piuttosto un paio di  Salomon in goretex perché le Five Ten tengono un’oretta e poi s’inzuppano, un piumino leggero per le soste, la GoPro e naturalmente, da quest’anno, il Mavic.

Per arrivarci ci sono due possibilità: salire a Montefosca e poi tagliare il fianco Ovest dello Joanaz su forestale di solito tracciata dai fuoristrada oppure aggirando da Sud il Craguenza per la strada che poco sopra Zapatocco porta a Cocianzi, passa Cedermas, arriva sul crinale sud del Craguenza da dove si prosegue per asfalto a Tamoris e alla casermetta militare dove finisce la strada trenta metri sotto la cima.

Se alla fine vi viene fame potete sempre fermarvi a Loch e sfamarvi con la gubana che porta lo stesso nome di un paese attraversato in bici la mattina. Quale? Beh, sta a voi scoprirlo, non posso mica dirvi tutto.