Forca dei Disteis

E’ la prima volta che scrivo qui di una gita di tanti anni fa, del resto adesso è la prima volta di tante cose, stare settimane senza poter prendere la bici, caricarla in macchina e andarsene a zonzo per sentieri ti fa ricordare uscite in bici di secoli fa e pensi “ecco, là devo tornarci appena finisce ‘sto bordello”. Un po’ come prima di internet, blog e forum vari andavo in bagno sempre con la cartina Tabacco, i migliori giri nascevano seduti là  e so per certo che non ero l’unico a farlo.

La mia bici all’epoca era un’ Olympia-non-so-più-quale-modello, per me la prima full suspended, all’epoca veniva pubblicizzata nientemeno come “la bici ufficiale della nazionale taiwanese di mtb” e sticazzi, fattosta che nonostante il terribile telaio di rigidità pari allo zero l’ho portata in giro per le Alpi Carniche, Giulie, le Dolomiti e le ho fatto fare pure il giro del Monte Bianco, ai tempi non soffrivo di GAS, Gear Acquisition Syndrome tipica della mezza età e il mezzo si teneva per anni e anni finché non si disfava. L’ultima volta che l’ho cavalcata è stata appunto a Forca Disteis, non proprio un percorso inseribile in una guida di itinerari mtb, però famosa per le sciate primaverili fuori pista e senza dubbio una meta escursionistica a cinque stelle anche senza neve. Una mattina a buon’ora, era la fine di maggio del lontano 2003, partito da Sella Nevea direzione Piani del Montasio non sapevo ancora se mi sarebbe riuscito portare la bici a mano per i 700 metri di sentiero su in forcella, ma essendo ancora abbastanza giovane e testardo e nonostante la giornata un po’ grigetta alla fine con qualche fatica alla forca ci arrivai. Ai tempi giravo con una rudimentale fotocamera digitale e scattavo sì e no 5 foto a gita, mi bastava la classica cartolina della bici in cima e poi giù a manetta, si spiegano così le poche testimonianze fotografiche del periodo. Rivedendo quelle fatte a Forca dei Disteis mi sembrano ancora abbastanza interessanti, di sicuro da quelle parti non sono passate tante bici neanche negli anni seguenti, la cosa forse più bella durante la discesa sul bellissimo single track a zig zag appena accennati è che dovevo fare attenzione alle marmotte che facevano capolino dalle tane scavate proprio sul sentiero, povere bestiole.

Se la giornata fino all’arrivo ai piani del Montasio era stata senz’altro epica nella discesa finale da Casera Cregnedul di sopra a Sella Nevea sul temibile sentiero 625 si sarebbe consumato un piccolo grande dramma, un brutale impatto della gabbia del cambio su una roccia sporgente mi avrebbe distrutto il deragliatore posteriore e cosa pù grave anche il forcellino, era la prima volta che mi capitava una cosa del genere e il fattaccio nelle settimane seguenti mi fece decidere di cambiare bici e svenarmi per una bellissima Banshee tutta nera, la perdita dell’innocenza.

L’ho ritentata tanti anni dopo con la fat bike perché la volevo provare col fondo leggermente innevato ma era la fine di aprile e c’era ancora tanta neve, chissà, magari quest’anno fra un mese sarà la volta buona, coronavirus permettendo 



Pazza domenica

Avevo preparato il nuovo zaino fotografico high-tech da giorni, la fat bike pulita e pronta per la prima vera neve dell’inverno, i quattro giorni di ferie programmate finalmente arrivati per non parlare del meteo perfetto come non si vedeva da tempo, e invece niente, adesso la situazione è talmente grave che bisogna stare chiusi in casa contenti di non avere neanche una lineetta di febbre. Non posso non pensare alle scene di domenica scorsa sulle strade della Carnia: mentre io da solo in auto ero diretto al fondo della Val Pesarina per farmi un giro con la fat in posti in culo al mondo tutte le auto che avevo incrociato erano di sciatori diretti nelle varie località sciistiche ammucchiati dentro i loro bei suv bianchi tedeschi per ammucchiarsi ancora di più poi in fila per lo skipass, si è parlato di 10.000 persone sulle piste, una follia. La mia giornata sarebbe continuata con un giro abortito per la troppa neve ma non sono mancati altri incontri assurdi, tipo un anziano escursionista veneto che mi si è avvicinato a 50 cm per chiedermi che tipo di bici avessi e subito tenuto a distanza di sicurezza con risposta il più sbrigativa possibile, ma soprattutto l’incontro con due motoslittari nella bellissima piana di casera Campo dove io arrancavo nella neve alta 50 cm cercando di arrivare almeno alla casera e questi due fenomeni che mi giravano intorno in cerchi concentrici neanche fossimo a Nazca arando tutta la piana come dei bambini che non si stancano del loro nuovo giocattolo. Ma dico, invece di girare così a cazzo imparate da chi come in Scandinavia e Nord America con la motoslitta batte le piste per gli escursionisti a piedi, i fondisti e perché no i fatbiker, vi divertite lo stesso e fate qualcosa di utile.

Questi giorni di non far niente, no mtb, no sci, no camminate in montagna, no giri fotografici, saranno sicuramente duri da sopportare, io quattro anni fa ho fatto più di un mese a casa col gesso e posso dire di essermi allenato abbastanza. Tutti dicono che prima o poi ne usciremo, che niente sarà più come prima, beh, lo spero, magari non compreremo più una nuova bici ogni due anni, non andremo in vacanza con l’aereo, gireremo in città con le nostre bici high tech senza rischiare la vita attraversando una rotonda, magari lavoreremo meno sacrificando una parte del nostro stipendio, insomma, “vonde monadis”. Nel frattempo rimango in casa e metto a posto le foto.

 

Valli del Torre

Le valli del Torre sono così a portata di mano che spesso neanche le si considera, non offrono di sicuro giri in mtb lunghi e appaganti quanto le Alpi Carniche e Giulie, d’inverno però riservano piacevoli sorprese a chi non disdice un po’ di sano hike&bike, a ben cercare qualche bella discesa “rupestre” la si trova anche qui e l’avvicinamento comodo permette qualche giretto anche dopo le troppe ore di lavoro nella piatta pianura. Se aggiungiamo al tutto gli effetti del cambiamento climatico e l’ncredibile assenza di precipitazioni in gennaio sembra di essere ancora in ottobre-novembre, fa strano salire sul Granmonte senza trovare neve o ghiaccio.

Grandi soddisfazioni per piccole montagne.


<p><a href=”https://vimeo.com/387467508″>Valli del Torre</a> from <a href=”https://vimeo.com/monoman”>Monoman</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a>.</p>https://vimeo.com/monoman/review/387467508/52630399f8

 

 

 

Forchiutta

La Compagnia dell’Anello

Dopo un periodo di fancazzismo e poco voglia di pedalare mi viene a volte la balzana idea di fare una bella sfacchinata per “spurgare” come direbbe un mio amico di montagna, e cosa c’è di meglio di una bella salita bici a mano per un sentiero impossibile da pedalare fino a spolmonarsi per poi girare la bici e scendere a valle senza aver percorso un metro sull’asfalto, una versione dell’hike&bike tutta personale, Zero Bitume. Posti adatti ce ne sarebbero anche in Friuli, e negli anni mi è capitato diverse volte di testarne qualcuno, penso al Bivacco Battaglione Gemona sotto lo Jof di Miezegnot, il Rifugio Monte Forcella sull’Amariana, Sella Buia da Chiusaforte, Sella Robon e mulattiera del Poviz, tutte gite di una bellezza assurda ma da non inserire in una qualche guida di itinerari di mtb.

Una domenica di luglio ero impegnato in una di queste mie disavventure, rivelatasi un po’ più tosta del previsto, e mentre spingevo la fat bike su per un sentiero ghiaioso ripidissimo incontro diversi escursionisti che mi superano senza sforzo e uno, il più interessato, mi chiede:

“Che discesa fai dopo?”

“Scendo di qua!” rispondo, poche parole che mi mancava il fiato.

“Ah, non fai l’ANELLO? Io quando vado in bici faccio sempre così” dice senza un accenno d’ironia,  “Non si scende mai dalla stessa parte!”

Spontanea mi verrebbe una risposta degna di una vignetta del grande Natangelo sul posto più adatto dove posizionare questo benedetto ANELLO, poi per fortuna la stanchezza mi evita risposte inadeguate.

“ Eh, già” è tutto quello che mi esce di bocca.

A pensarci avrei potuto rispondere meglio:

“ Mi vedi forse con una marathon bike?”,

“ Secondo te dovrei portare la bici per 1200 metri così, non bastano 600?”, oppure non sarebbe stato male neanche:

“ Tu hai visto troppe volte Mission!”

Gli Anelli in questi casi per favore lasciamoli a Yuri Chechi.

 

 

Brutti, sporchi e cattivi

Dopo le devastazioni di Vaia dell’ottobre  scorso quest’idea di salire a piedi un sentiero per testarne la percorribilità adesso ha molto più senso, un po’ come nello scialpinismo che salire e scendere dalla stessa parte ti permette di valutare la sicurezza del pendio senza avere sorprese sgradevoli. Avevo voglia di rifare il bellissimo sentiero che da Casera Turriee scende a Casera Forchiutta, Forca Griffon e continua fino a Dierico sul sentiero CAI 434 che è sempre stato uno dei miei favoriti, ma non conoscendone la fattibilità domenica scorsa decido eroicamente di partire dal basso bici a mano, vuoi mai che magari dopo 200 metri trovo la devastazione e si torna a casa. Prima sorpresa della giornata: tre pickup parcheggiati alla partenza, buon segno. Inizio a salire e scopro che il troj è pulito e ben battuto, addirittura risistemato nei tratti che ricordavo un pò troppo sconnessi, perfetto per la bici! Dopo 300 metri di salita svelato l’arcano: in cinque-sei stanno costruendo una baita nuova di pacca, in quel tratto guarda caso il sentiero è pianeggiante e ci arrivo pedalando, mi vedono arrivare e visto il fracasso delle motoseghe in azione faccio un cenno di saluto, e niente, si girano dall’altra parte come se vedere uno che pedala in salita su un single track carnico fosse la cosa più banale del mondo, magari davanti a me erano passati altri dieci in bici, chissenefrega, mi basta il sentiero pulito perché dopo mi ci voglio divertire. Oltepassata la baita dei simpatici cacciatori (?) incominciano le magagne, tre-quattro canali hanno scaricato sassi, ghiaia e alberi facendo a fette la mulattiera, bisogna scendere e risalire con qualche scomodità ma niente da impensierire più di tanto, poi arrivato a Forca Griffon tutto torna perfetto, il troj per Casera Forchiutta è pulitissimo come non mai e alla casera mi godo il panorama e il sole che per tutto il giorno nel bosco non aveva fatto capolino.

La discesa: a rivederla nel video della GoPro non sembra niente di nuovo, bosco, bosco e ancora bosco, panorami zero e sentiero a tratti nella wilderness stile Velebit, eppure, secondo me, il posto ha qualcosa di magico, il tracciato da comodo sentiero si trasforma in traccia sporca e quasi invisibile per poi tornare bella pulita, veloce e divertente, un po’ di tutto, insomma, anche se per buona parte brutto, sporco e cattivo come i tipi che s’incontrano lassù, forse è per questo che mi piace.

 

 

 

Sentieri invisibili

Ci sono le grandi montagne che tutti conoscono, quelle cosiddette minori meno battute e per ultime quelle sfigate così poco frequentate da non avere neanche un sentiero decente per salirvi e scendere. Il T* è una di queste, cimetta tondeggiante poco appariscente che d’inverno offre una bella discesa sul facile crinale sud, mi ha sempre attirato l’idea di rifarla d’estate con la bike, magari pensavo una qualche minima traccia non segnata sulla Tabacco la si poteva trovare ma non è così. Salgo alla forcella I*. e proseguo bici a mano su vecchie tracce di passaggio fino alla sommità di questa bella piramide erbosa con minuscolo crocifisso in legno spezzato, prova inequivocabile della scarsa frequentazione del posto. Quella delle croci sulle cime è una cosa che non comprenderò mai, fatto sta che arrivati lassù di sentierini che scendano l’ampio crinale sud neanche l’ombra, d’altra parte le pendenze sono tranquille, il fondo non è un vero prato all’inglese ma con le gommazze della fat sull’erba secca piegata è facile, di sicuro non si corre ma divertente lo è e nessun danno alla vegetazione.

Lo so, uscire dalle tracce con la bici non sarebbe etico, ma in questo caso “it’s a good thing”.

Pustigost

E’ sempre un piacere tornare in primavera a Pustigost, anche da non allenati basta entrare in modalità endurance e fermarsi quando serve con la scusa di fare una foto. Dopo un mese e passa di piogge insensate non poteva che essere una B&W Edition con un particolare ringraziamento alla Nikon Z6 e alle lenti Olympus Zuiko vintage, il vecchio e il nuovo in un connubio perfetto, sarebbe come andare su per i monti a cavallo di una full tutta in acciaio e ruote in carbonio. Anche se, ansimando sui ripidi tornanti dopo sella Sagata, un pensierino alla Lapierre eZesty mi è venuto spontaneo, la bici ibrida che ti da’ quell’aiutino quando serve, mica male come idea.

Slavnik mini

Dicono che ci sono due cose che non disimpari mai anche se è tanto che non pratichi, una è la bici, l’altra non ricordo. Erano 100 giorni che non salivo sulla fat distratto da neve, ciaspe, skiboard e altri passatempi invernali, ma il richiamo del Carso sloveno con i primi caldi è qualcosa che non puoi ignorare, allenàti o no si va e basta, e in fondo lo Slavnik partendo da Presnica è gita proprio corta, 500 metri per 15 km sì e no non possono spaventare nessuno, oddio, se nello zaino hai 3-4 kg di mirrorless, obiettivi e gopro una bella sudata te la fai comunque. In più sai già che andare in un giorno festivo da quelle parti ti beccherai una teoria di 29er xc con micro zainetto che ti sfrecciano a fianco in salita, ma tu soffri in silenzio e saluti sorridendo, tanto non ti serve arrivare in cima, c’è quel bel cocuzzolo, il Grmada, che sembra perfetto per le foto, e pensi già alla discesa su quel bel sentierino carsico che scende alla ferrovia che, sì, vabbè, sarebbe vietato alle bici, ma non si può neanche ridiscendere per quella sterratona dove transitano anche le auto, dai, non scherziamo. This is not mountainbiking. E che danni possono fare le mie innocue Surly Nate da 3,8” su quel bel calcare bianco compatto? Nessuno, ci galleggiano sopra allegramente, sembrano nate per questo.

A Presnica non venivo da un po’ di anni, adesso ci sono i cartelli per il parcheggio, i segnavia per la cima dello Slavnik e addirittura il sottopasso della ferrovia per evitare l’attraversamento dei binari come si faceva una volta, io però non ho resistito… ah, e c’è anche un bell’ agriturismo meritevole di una visita, quindi la partenza da Kozina-Hrpelje come si era abituati a fare è definitivamente old.

Tips & tricks: evitare di scendere nelle ore di punta, alle 13-14 è l’ideale mentre sono tutti al rifugio con i piedi sotto i tavoli. Fermarsi e dare precedenza a chi va a piedi, sempre. Non sgarfare in curva che non è un bike park, non andare in comitive parrocchiali, meno si è meglio è, e togli quel casco integrale e quei paragomiti che mi sembri Lancillotto!

Fusine d’inverno

Un mesetto fa se volevi cercare neve in Friuli dovevi per forza andarti a ficcare in quel frigorifero che è la piana dei Laghi di Fusine, a gennaio il sole fa capolino dietro la Veunza fino alle 11-11 e mezza del mattino e dopo sono cavoli amari, a piedi o in bici soste brevi e pedalare. Rimane pur sempre il luogo ideale per sfoderare i supertele zeiss contax  per immortalare le magnifiche pareti innevate del Piccolo Mangart, Veunza, Picco di Mezzodì, far volare il drone sul lago e altri simili passatempi fotoescursionistici, il giro in bike si riduce a 400 metri di salita per una strada innevata con pochi sentieri a disposizione per la discesa ma la cosa non pare così grave. Se poi ti sei congelato le chiappe, al ritorno in auto puoi sempre scaldarti con un bell’album vintage, che so, Yeti degli Amon Düül II per esempio, scelta più che azzeccata. Per chi non ha fatto in tempo a conoscerli può ascoltarli nella colonna sonora del video qui sotto, i Queen a questi non son degni neanche di allacciargli le scarpe.

Il giorno più corto

Giorno più corto = gita più corta, i 400 metri di dislivello per raggiungere da malga Saisera il rifugio Grego sembrerebbero più adatti a famiglie con giovane prole al seguito, in realtà per l’inizio di quest’inverno con poca neve sono perfetti per adattarsi ai rigidi climi della stagione, se poi ti rendi conto che il sole lassù tramonta alle 13 e la massima ha appena toccato i -1° c’è poco da fare gli spavaldi, viene da girare la bici e scendere a valle appena possibile, saremo ricompensati con un favoloso white track facile e divertentissimo però vietato alle gomme under 3,8”, ma, aspetta, com’era quella storiella che le fat bike sono poco agili???

 

 

 

Zeiss Contax Planar 50mm F1,4

Oggi parliamo di fotografia vintage, beh, sì, a volte mi riesce difficile parlare solo di mountain bike, non sono uno di quelli tutto enduro e forcella fox ultimo modello, se vado in bici scelgo posti che abbiano una qualche attrattiva paesaggistica per fare foto e video anche a costo di fermarmi ogni due chilometri, me ne fotto di VAM e tempi di salita. Appena comprato su eBay un mitico Zeiss Contax Planar 50mm F1,4 ho dovuto provarlo in un posto speciale, speciale com’è questo pezzo di vetro e metallo giustamente famoso. Da un po’ volevo tornare in zona Planina Zaprikaj sopra Dreznica, in Slovenia, proprio sotto la parete ovest del Monte Nero, così l’abbinamento mi è sembrato perfetto. Risultato: una domenica neanche tanto fredda di dicembre con meteo che dall’umidità della mattina è decisamente migliorato per finire con un tramonto fantastico. Tecnicamente impietoso è il confronto con il simil obiettivo della Gopro, se poi ci mettiamo il sensore APS della Samsung NX500 allora il confronto diventa imbarazzante.

Com’era il sentiero in discesa? Per stavolta il mountainbiking è rimasto in secondo piano, ancora troppe foglie e sassi viscidi dopo le piogge dei giorni scorsi, aspettiamo che la neve compatti il tutto per divertirsi con la fattona e poi ne riparliamo. Stay tuned.