Montenegro Bike Tour

Dopo una settimana di mountain bike in Montenegro ce ne sarebbero di cose da scrivere, diamo un po’ di numeri.

15. Le ore di viaggio da Udine a Kolasin, la Whistler Mountain, si fa per dire, del Montenegro, a valle dell’unica stazione sciistica del paese, tutto perché per attraversare l’Erzegovina senza navigatore offline abbiamo sbagliato un paio di volte la strada più veloce da seguire.

3. I giorni di pioggia alternata a nebbia all’inizio della settimana in Bielasjca e nel Peaks of the Balkans ai confini con l’Albania.

1. Numero di micro SD perse, quella con i filmati della GoPro dopo i primi due giorni, introvabile dopo i tanti fa e disfa lo zaino, gli smadonnamenti a seguire invece non si contano ancora.

14,96. I km di discesa, probabilmente la più bella dellAdriatico, dal mausoleo del Lovcen a Kotor per 1677 metri di dislivello negativo (98 positivo), da sola vale l’intero viaggio.

4. I ragazzini musulmani all’uscita di scuola a Plav su mtb anni ’90 che alla vista della mia Bucksaw gridavano eccitati “Dobro, dobro!”

Una. Notte passata all’Eko Katun Hrid, una delle tante malghe convertite al turismo stile albergo diffuso, peccato per il fango e l’odore di cane bagnato che emanava da tutti i nostri vestiti.

17. Lo scontrino di un pranzo per due comprensivo della rakja, l’ottima grappa locale.

SN. Non si contano i negozi di souvenir dove il mio compagno di viaggio ha speso non so quanti quarti d’ora a rimirare gli oggetti più improbabili per poi comprarli, pička.

5. I giorni sui pedali e 2 di turismo per caso, una visita prolungata e rlassata la merita sicuramente l’antica capitale Cetinje, cittadina neanche tanto grande costruita in una bellissima conca fra le alture carsiche e fra l’altro con le più belle donne di tutta la Jugo, non per niente due re e imperatori nei tempi andati hanno preso moglie qui.

114. I km fatti, quasi tutti su mulattiere e sentieri, belli e di solito scorrevoli ma non segnalati chissà che, guai a non avere un garmin sul manubrio con la traccia precaricata da casa in base alle poco dettagliate carte che avevamo, questo no garantisce al 100% di non sbagliare ai bivi sui sentieri che sono tantissimi, perdere la via giusta è piuttosto comune anche parlando con gli hikers stranieri che s’incontrano.

6146. I metri fatti in discesa, quelli in salita sono solo 3859 grazie all’onnipresente ed economica diffusione dei taxi in tutte le città e paesi montenegrini, anche i piú sperduti, e allora perchè non approfittarne?

7. La versione dell’ultima GoPro con stabilizzatore, adesso è veramente comodo fare riprese in bici senza gimbal.

Il Montenegro è terra di grandi contrasti, posti naturali fantastici e città storiche affascinanti ma anche località isolate di una desolazione unica, meglio comunque andarci adesso che fra qualche anno quando sará tutto perfettamente colonizzato, ehm, volevo dire organizzato.

La Strada della Malvasia: Finis Terrae

Terzo giorno della SDM e non ci rimangono che 17 kilometri per arrivare alla punta meridionale della penisola di Promontore e dell’Istria intera, la nostra meta finale dove la terra lascia spazio al Mare Adriatico e non si può più andare oltre, con la bici s’intende. La giornata è calda e sebbene sia il 29 settembre sembra di essere in estate, quell’estate che quest’anno abbiamo aspettato, desiderato, cercato sulle montagne e altrove ma che solo adesso si concede a noi biker stanchi, sudati e con le gambe acciaiate dai tanti km percorsi, la ricompensa perfetta per questo fantastico tour. Programma della giornata il periplo della penisola, una ventina di km su single track e qualche sterrata che vale per intero il prezzo del biglietto, naturalmente con sosta a metà fra i canneti del Safari Bar, per la cena invece ci aspetta la konoba Mamut in paese per finire in bellezza con la bevanda sponsor del giro.

L’indomani, quando passiamo il cartello di Premantura per il ritorno senza storia a Parenzo, mi scatta improvvisa la nostalgia, sento già che questo posto magico mi mancherà fino al prossimo anno.

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La Strada della Malvasia: Shopping domenicale a Pola

L’idea di andare per centri commerciali in una festa comandata è l’ultimo dei miei desideri, ma, shit happens, dicono gli americani, e quando ti trovi la domenica pomeriggio durante un tour in bici lontano da casa che ti scoppia il copertone e anche se metti una camera d’aria nei tubeless rischi di non andare lontano allora sei costretto a fare quello che a casa non ti sogneresti mai e poi mai. Il fattaccio accade a Fažana mentre sfiliamo alle tre del pomeriggio sul lungomare fra i turisti della domenica, dopo 76 km 6 ore in sella e 1200 metri di salite, scendendo da un banale ponticello: il Continental Explorer, la peggiore gomma del mondo già da nuova montata al posteriore della Heckler di Stefano decide per l’harakiri pubblico ed esplode davanti ai ragazzini in bici, alle famiglie a passeggio e a me che lo seguo a ruota. Non riesco a smettere di ridere mentre il mio compagno di viaggio, incazzato come una jena, ci mette tutte le sue abilità di meccanico nel cercare di riparare il veliko sbrego, ma il nastro telato bianco che appiccica esternamente alla gomma non sembra garantire tanta strada, nemmeno i 20 km che ci mancano a Premantura, la nostra meta finale ormai a portata di mano. Pola è però a meno di 10 chilometri, magari troviamo negozi di bici aperti e allora vai, prendiamo la strada asfaltata così rischia(mo) di forare meno.

Arriviamo senza danni in città passando per il panoramico lungomare del porto abbandonato e, toh, alla prima rotonda prima di arrivare all’Anfiteatro romano vedo un Bike Shop aperto, che botta di culo, ci fiondiamo lì mentre esce il proprietario che in una frazione di secondo esce e chiude a chiave la porta del negozio, ha la moglie in auto che l’aspetta ed era passato di là per chissà cosa, che sfiga, vabbè chiediamo a che ora apre domani, alle 9. Non ci disperiamo, ci sono pur sempre i centri commerciali aperti di domenica anche in Croazia, e il Kaufland, guarda caso una catena tedesca, è lì a 500 metri, ma di copertoni da mtb 26″ neanche a parlarne: allora è destino che passiamo la notte a Pola, grigliata di carne e Karlovačko in un’osteria vicino al  mercato e pernottamento in alberghetto a due stelle, dove collezioniamo un’altra figuraccia quando uscendo per la cena chiediamo alla proprietaria dove si trovi il centro e lei risponde “E’ questo il centro! “.

La giornata era cominciata con la colazione migliore del mondo, pane, burro e un’ottima marmellata di fichi mentre Toni, il gestore dell’agriturismo di San Pancrazio, si lamentava dei francesi che gli chiedevano il permesso di accamparsi in tenda lì davanti, dei tedeschi che a cena ordinavano 5 minestrine in dieci, e noi con la bocca piena non potevamo che annuire, ormai ci sentivamo come a casa degli zii.

Salutato Toni saliamo in sella, la nebbia stagna ancora sotto la collina di Montona ma il sole già alto scalda quel tanto che basta per togliersi la giacca dopo pochi kilometri. Propongo di seguire per un breve tratto la Parenzana, quel tanto da invogliare il mio compagno di viaggio a future puntatine istriane, per poi riprendere il percorso originale della Strada degli Ulivi, un po’ di improvvisazione quando sei in bici ci vuole proprio,  i road book precisi al centimetro li lasciamo volentieri ai biker a nord delle alpi, sarà che quando si pedala in posti nuovi ci si sente liberi da tutti i fardelli e obblighi della routine di ogni giorno. Siamo nel centro dell’Istria e il percorso si snoda ameno fra colline, campi coltivati e belle stradine senza traffico fino ad arrivare ad Antignana/Tinjan. E’ un antichissimo e silenzioso paese arroccato sul Vallone di Canfanaro, la Draga cioè valle in croato, un vero e proprio sprofondamento dell’altopiano carsico lungo 25 km dal Canale di Leme a Pisino, dove il terreno roccioso e le doline lasciano spazio alle marne e alle terre rosse fertili, e ne faremo presto conoscenza. Sì perché abbiamo la bella idea si seguire quello che ci sembra essere l’itinerario originale di Rumiz, scendiamo da Tinjan per un’antica e suggestiva mulattiera fra i muri a secco, un centinaio di metri di bel single track e a seguire una micidiale trappola di rovi spinosi che si accaniscono sui nostri stinchi e avambracci. Una volta sbucati sul fondo verdeggiante della Draga siamo obbligati a destreggiarci su un tratturo fangosissimo dove le piogge delle scorse settimane hanno lasciato evidentemente il segno, altro che calcare, sembra di essere sull’argilla di Faedis e quando rientriamo sulla strada asfaltata per Canfanaro le nostre bici e le nostre gambe sono coperte da uno spesso strato di fango secco di colore grigio chiaro che esibiremo orgogliosi fino a Pola. Al bivio successivo siamo assaliti dai dubbi: continuare a sinistra per il banale ma più sicuro bitume o a destra sull’itinerario rumiziano sulla sterrata in leggera discesa verso il fondo del vallone con il rischio di infangarci ancora. Naturalmente andiamo a destra, ci ispira decisamente di più e il percorso nel fondo della Draga è veramente suggestivo, la giornata è stupenda, campi coltivati di terra rossa si alternano a fresche boscaglie e il terreno pianeggiante ci induce a spingere sui pedali come xcountristi impazziti. Troppo bello per essere vero, il fondo ritorna argilloso e le pozzanghere larghe a dismisura e una dopo l’altra  ci fanno capire che di questo passo finiremo la tappa a notte inoltrata. Ci giriamo verso destra e in alto vediamo svettare sul vallone il campanile di Corridico/Kringa, ah, quello dove dissotterravano i cadaveri dei presunti stregoni per impalarli, altro buon motivo per non passare qui la notte, e allora basta Draga, torniamo sulla strada asfaltata che si va più spediti. Decisamente un altro andare, un panino al prosciutto e Ozuisko al market e maciniamo km senza grosse fatiche. A Bale/Valle d’Istria sentiamo ormai l’odore della salsedine, l’aria è più calda e la strada deserta è in leggera discesa e si corre, finalmente. Alle quattro del pomeriggio arriviamo finalmente al mare, a Fažana, ci concediamo un cinque, ce lo meritiamo dopo 158 km e 2300 metri di dislivello,  birra fresca al primo market che incontriamo, ovviamente Karlovačko, una sola però perché il giro non è ancora finito. Eh già,  ormai che siamo a Fažana perché non arrivare in serata a Premantura?

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La Strada della Malvasia: Giu’ dal ciglione

Già conosciuta come Strada degli Ulivi e battezzata dallo scrittore triestino Paolo Rumiz noto per i suoi racconti di camminate e bevute, le seconde non inferiori alle prime. L’idea di tagliare l’Istria in due con un percorso in mtb da Trieste a Premantura è senza ombra di dubbio allettante, abbastanza impegnativa fisicamente e molto consigliabile a settembre-ottobre quando le temperature sono più miti, i turisti se ne sono quasi tutti andati e le strade sono meno trafficate. E’ un itinerario di 160 km circa e 2500 metri di dislivello, ma bisogna tenere conto anche dei probabili e frequenti errori di percorso, vista la complessa rete di sentieri, sterrate e stradine del territorio, anche contando sul gps che qui non sempre è d’aiuto vista la scarsità di una cartografia aggiornata, utili a questo proposito le OpenStreetMaps utilizzabili con le varie app sui telefonini intelligenti, molto consigliabile Gaia GPS. I quattro giorni che ci attendono saranno sotto l’insegna del motto “Life Is Simple Bike Beer Bed” come stampato sulla maglietta comprata su ebay, e il collaudato compagno di viaggio sarà Stefano, con lui ho già fatto svariati tour compreso quello sulle isole dalmate di due anni fa, un tipo apparentemente calmo nonostante la sua propensione al moto perpetuo, per così dire, al non star mai fermo più di tanto nello stesso posto. E comunque ho in mente di adottare una particolare strategia per salvarmi i quadricipiti: ogni tanti km mi inventerò qualche piccola noia meccanica, un piccolo fastidio fisico o la voglia di fare una foto  che mi costringeranno a fermarmi, ecchecazzo sono in ferie mica ad una gara di xc, io lo odio il crosscountry.

Partiamo da Bagnoli della Rosandra alle 8 di mattina di sabato, caffè e brioche al baretto del paese e poi su in salita a Prebenico. Non salgo sulla bici da un mese e a peggiorare le cose scopro di avere le pastiglie che toccano i dischi, ho montato il nuovo set di ruote con le Maxxis Crossmark da 2,25″ per i giri easy ma non ho dedicato abbastanza tempo alla regolazione delle pinze dei freni, con il risultato di faticare da subito più del dovuto. Vabbè’, è solo l’inizio ed è giusto partire piano se si vuole andare lontano. A San Servolo trovo Stefano che mi aspetta al primo bivio, gli dico dei freni e la cosa lo diverte, non immagina ancora cosa l’aspetta l’indomani… ma cos’è un viaggio senza quei piccoli imprevisti che apparentemente ti fanno perdere tempo. Oltrepassato il castello di Socerb si entra nell’altopiano e subito davanti a noi la stradina si srotola nella più classica delle lande carsiche, il sole già scalda  e il cielo sereno mi mette buonumore, è l’inizio della fantastica cavalcata dell’Istria Divide. Conosco già il posto, d’inverno vengo spesso a Hrastovlje e ho collezionato negli anni diversi giri in bici tanto da permettermi di scegliere il percorso più adatto alla mtb fino a Gračišče perché il percorso di Rumiz non si adatta proprio al nostro mezzo. Passiamo sopra la falesia di Crni Kal, ravaniamo un po’ per oltrepassare la ferrovia e bici a mano camminiamo sul ciglione per un breve tratto prima di divallare a Podpec. Fantastico il momento quando attraversando le rotaie avverto Stefano che bisogna stare attenti che ogni tanto passa il tr… neanche detto che da dietro la curva appare la locomotiva, anche stavolta siamo salvi. Dalla ferrovia una bella mulattiera ci fa scendere velocemente a Podpec e quindi a Hrastovlje, addobbata per non so quale festa in collaborazione con l’Università di Trieste e noi approfittiamo per berci una coca. Lasciamo con un pizzico di dispiacere i tavoli affollati di studentesse per lo più straniere per affrontare una salita stranamente melmosa, il fango sarà la sorpresa di tutto il giro dopo le inusuali piogge estive di quest’anno. Ripresa la strada asfaltata a Kubed non ci resta che pedalare verso sud, a Gračišče deviazione a sinistra per San Quirico: arrivare alla chiesetta con cimitero sotto il sole a picco e il caldo pazzesco che neanche in tutta l’estate è una fatica non da poco, per fortuna la discesa successiva ci rinfresca a dovere e arriviamo in un baleno al confine sloveno. Sorpresa, alla dogana ci chiedono i documenti, ma non siamo tutti in Europa ormai? Al confine croato invece sembra tutto abbandonato, non c’è nessun controllo e la cosa ci piace, ancora di più il tratto di strada che segue in una bucolica valletta con dei paesini sparpagliati qua e là fino alla confluenza della valle del Quieto, oh, guarda che nome, il gioco degli opposti… Siamo subito assaliti dal profumo di porchetta alla brace della konoba sulle rive del fiume, la fame ci assale di colpo e allora vai con la prima Ozuisko, cevapčiči e patate che la porchetta non è ancora pronta, ma usata come esca ha funzionato a dovere.

La strada per Montona è piatta e veloce, maciniamo km in agilità e al ponte diciamo ciao al Quieto e iniziamo l’ultima salita della giornata, la peggiore dato il caldo, la sete e la fatica accumulata in questi 68 km e 1750 metri di dislivello positivo, ma bene o male entriamo nella rocca in cima ala rupe in mezzo al solito sciame di turisti e ci fondiamo al baretto della Piazza di Sopra per la mega birra che ci spetta. Ci sediamo all’ombra degli ippocastani vicino ad un gruppo di biker germanici che fanno un casino bestiale, si capisce anche dalle bici pulite e senza bagagli vicino alle nostre, infangate e decisamente più vissute, che devono aver fatto ben poca strada. Ma il bello deve ancora arrivare: a turno uno di loro prende la bici a mano e senza zaino scende a piedi il selciato ripido sotto la Porta Castellana che con una curva scende dalla sommità del colle, poi sale in bici e si rifà la salitina ciottolata sui pedali: appena compare alla vista dei compagni seduti ai tavolini del bar tutti loro si alzano in piedi schiamazzando in modo esagitato e parte una specie di ola fragorosa, qualcuno filma col telefonino qualcuno con una telecamera vintage e lo spettacolo si ripete tre-quattro volte sotto il nostro sguardo allibito, gli scappa pure qualche frase sugli “italiener” evidentemente rivolta a noi, e allora un “light a fan cool” sottovoce ci scappa pure a noi, altro che alpenstock di stocazzo. Dopo questi nobili e raffinati pensieri ci alziamo dalla sedia rinfrancati e abbastanza orgogliosi di noi stessi, pronti per il giro delle mura e townhill finale con slalom improvvisato fra i turisti fino ai piedi della collina di Montona, perché noi le discese a piedi non le facciamo mai.

Il pernottamento all’agriturismo “Da Toni” a San Pancrazio, a due chilometri di distanza, è il giusto premio alle fatiche della giornata, immerso nel verde e in mezzo ad ogni tipo di animale compresi i nostri cugini, gli asini, cena sublime a base di simil strozzapreti con il tartufo, carne alla griglia e malvasia di produzione locale, e per digestivo lo sconosciuto “viski” fatto con vischio appunto e miele, un vero nettare che ci ha catapultato in mezz’oretta tra le braccia di Morfeo.

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Dolomiti Vintage

L’altro giorno, mentre fuori pioveva, toh, che strano, guardavo un po’ di video sul tubo e mi sono imbattuto casualmente in questo, http://youtu.be/UqGdBiS4fM8. Dagli anfratti del semi oblio mi sono immediatamente ritornati alla memoria i ricordi del giro in mtb più epico, quello che mi ha fatto penare di più per la fatica, ma, allo stesso tempo, ha rappresentato per gli anni a seguire un modello di sintesi perfetta fra impegno fisico, bellezze paesaggistiche, funriding e una certa dose di avventura tipica dei viaggi in bici, alla fine probabilmente la cosa più importante.  Era la fine degli anni ’90, l’evoluzione della mtb era ancora ai primi stadi, le nostre full erano  terribilmente instabili nonostante le improbabili forcelle a doppia piastra (!), la nostra tecnica era pure abbastanza approssimativa e pure l’abbigliamento non scherzava, le foto si facevano ancora sui rullini da 36 pose,  però in Dolomiti si poteva scorrazzare liberamente sui sentieri in piena estate, e, beh, scusate se è poco. L’idea di fare una traversata di più giorni in completa autonomia, cioè con tenda, sacco “a pelo”, fornello etc., ci era venuta, a me e al mio socio (ciao Valter!)  dopo anni di frequentazioni dolomitiche: il piano di battaglia prevedeva di passare ai piedi delle più grandi cime cercando i sentieri più belli e accampandoci la sera dove capitava e quando le forze ci avrebbero abbandonato, dal Passo Sella a Calalzo di Cadore, passando in rassegna Sassolungo, Sciliar, Catinaccio, Vajolet, Marmolada, Civetta, Pelmo e Antelao… ‘sticazzi, non ci siamo fatti mancare niente!!! Alla fine di otto giorni indimenticabili, affrontati non certo con velleità agonistiche bensì edonistiche, avevamo percorso 165 km, saliti 4600 metri, e fatte discese per 8400 metri, grazie all’utilizzo intelligente di varie funivie 😉 tutto calcolato senza gps o altimetri, quindi molto approssimativo, e sempre con addosso zaini alti come condominii, un massacro per le spalle e le zone sensibili del ciclista… In giri simili può capitare di tutto, tipo montare la tenda al buio e scoprire la mattina dopo la parete della Marmolada sopra le nostre teste, arrivare di sera al Rif. di Passo Principe vestiti da bikers e vedere il gestore uscire a verificare se veramente avevamo le bici fuori, scendere un ghiaione ripido bici a mano con lo zaino traballante e mettersi a saltare a piedi uniti, finire il giro con la suola delle scarpe disfatte ( vedi prima), essere circondati in tenda in una notte di luna piena da un branco di cavalli allo stato libero, che neanche in un film western, o fare una discesa di 1000 metri la mattina presto a stomaco vuoto, arrivare in paese, fare la spesa dopodichè sedersi sulle panchine di un giardinetto pubblico e mangiare per un’ora e mezza di seguito, colazione e pranzo riuniti. Vabbe’, ho deciso: per la prossima estate mi compro il sacco da bivacco in goretex, mal che vada lo userò al mare in Istria.

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