La Strada delle Malghe

La Strada delle Malghe per antonomasia è quella della Val Visdende, uno dei primi giri facili, solari e panoramici per i neofiti della mtb, qui io e i miei compari dell’epoca ci arrabattavamo in sella ai gloriosi rampichini dei Nineties full rigid. In realtà io volevo salire da Plenta alla Malga Chiastellin per farmi solo il tratto con un po’ di sentiero di tutto l’anello, arrivato all’inizio della salita la sorpresa di trovare il cartello di divieto d’accesso per lavori forestali alle auto, moto, bici e pedoni addirittura, che siamo a Prypiat? Mi ostino a salire, che vuoi che sia, e invece 400 metri più in alto un pickup mi blocca e il tipo alla guida mi avverte che non si passa proprio, la catasta di alberi abbattuti è troppo alta per passarci anche a piedi. Mi ricorda qualcosa, una domenica di quattro anni fa dietro l’Osternig mi era capitato di arrampicarmi su una catasta simile con i 22 kg della Levo in spalla, solo che era domenica appunto e nessuno in giro. Un terzo di batteria andata e non mi resta che girare la Decoy di 180 gradi e ripiegare sul giro classico delle malghe, un rapido calcolo e dovrei farcela con la batteria per i 900 metri di salita che mi aspettano, mi vengono in mente frasi in stile feisbuc tipo “Movimento No Vaia”, ” E’ tutta una macchinazione di Big Tree”, ” Solo l’1% degli alberi è schiantato a causa di Vaia, gli altri sarebbero crollati comunque per l’età avanzata”, e via dicendo, intanto pedalo assistito in scioltezza e raggiungo Casera Campobon dove posso finalmente godermi la panoramica traversata in quota sulla comoda e larga stradina.

La Strada delle Malghe… è proprio una strada, di sentieri qualcosa ma solo alla fine e poca roba, anche la discesa finale dalla Malga d’Antola con le sue magnifiche paraboliche è un lontanissimo ricordo degli anni ’90, il cantiere per l’ennesimo allargamento della strada a Malga Chivion è abbastanza allucinante, il turismo del terzo millennio. Fa specie poi trovare in una gita tipicamente xc da fare quasi con un frontino tanti enduristi con grosse bici, elettriche e non, fra tutte spiccava una bellissima Rotwild azzurra, che se penso all’Atala che usavo in sti giri rimango perplesso.

Monticello Elettrico

E’ l’una e mezza di domenica 1° novembre: ancora incredulo, appoggio l’ebike sulla croce in cima al Monticello, l’esile e panoramica montagnetta, “monticello” appunto, della Val Aupa sopra Moggio Udinese. Erano dieci anni che non ripetevo questo gesto, fra l’altro immortalato in uno dei miei primi video di questo blog, inguardabile oggi per la qualità infima dell’action cam di allora che adesso troveresti nei mercatini a 10 euro. E pensare che ero partito da casa tardi, quasi alle 10, e volevo semplicemente rifare dopo un bel po’ di anni il classico e facile Giro di Moggessa, roba da principianti della mtb giusto per fotografare finalmente un po’ di boschi autunnali dopo tanta pioggia, e invece arrivato al Borgo di Mezzo davanti al bivio Sentiero 420 – Moggessa l’istinto ha prevalso e la voglia di riassaggiare per un tratto la bellissima mulattiera militare del Monticello mi ha fatto cambiare idea all’istante, il bello dell’improvvisazione. “Vado avanti ancora un pezzo e poi torno indietro” mi ripetevo mentalmente, ma visto che la pendenza non era così terribile, tranne qualche tratto a spinta prima della selletta nel bosco, sono andato così avanti da ritrovarmi in cima, e nonostante la giornata piuttosto uggiosa la soddisfazione è stata grande, questa è una montagna un po’ speciale, unica nel panorama delle nostre Alpi per il tipo di avvicinamento e per i fantastici sentieri di discesa. Stavolta invece del famigerato e ripidissimo sentiero 421 ho ripiegato sulla mulattiera appena salita per andare a prendere al Balcon di Provezi quel nuovo sentiero mai provato che si ricongiunge alla Sella di Moggessa, con il gran finale dello strano ma divertente sentiero cementato a stretti tornanti, un’altra chicca della valle.

Disclaimer: il video qui sotto non è un documentario della mia discesa a velocità normale, è stato rallentato e accelerato non perché, come ha detto qualcuno, vada troppo piano in discesa e volevo farmi bello, e potrebbe anche essere, piuttosto lo considero un gioco visuale da godersi in poltrona con il tablet in mano e l’audio in cuffia, un po’ di sano relax utile in questa nostra Pathetic Age, per dirla alla DJ Shadow.

Monticello

C’è sempre stata una gita che per me segnava l’inizio della stagione estiva a fine aprile o inizio maggio ed in un certo senso la chiudeva a cavallo dei mesi di settembre ed ottobre, il Monticello o Montusel come piace ai locali, una cima isolata di soli 1360 metri sopra Moggio e la Val Aupa con una vista superlativa a 360° che ne fa una meta frequentatissima dagli escursionisti. La prima volta ci sono venuto a camminare con due amici e lungo il sentiero di salita c’era questo telaio arrugginito di bicicletta lasciato lì da qualche buontempone, mancava la Fatina Bionda di quel famoso video pubblicitario per trasformarla in una moderna e-bike, certo che scassandomi le ginocchia sul sentiero di discesa mi ero ripromesso di tornare con la mtb. Ho dovuto aspettare una decina di anni ma ne è valsa la pena, bello sia salire dal paese di Grauzaria e le minuscole frazioni di Badiuz e Borgo di Mezzo che da sud dal Borgo Travasans sopra Moggio Alto, più pedalabile la prima, dopodichè dalla forca con la cappelletta non si fa altro che seguire la stupenda mulattiera militare a pendenza costante, segnavia 421, che porta a pochi metri sotto la cima, non ricordo altre gite con un avvicinamento simile, poco distante dalla pianura ma in ambiente prettamente alpino. La discesa sull’altro versante sempre contrassegnata dal segnavia 421 è oggi un must fra i freerider friulani, ho letto di uno che è sceso un po’ troppo allegramente e su uno dei ripidissimi tornanti della parte alta è finito sul bordo del precipizio e salvato dal Soccorso Alpino, è un tratto che andrebbe affrontato con una certa attenzione anche se non sono necessari i leziosi nose press tanto di moda oggi, quelli lasciamoli ad Hans Rey, mio idolo assoluto. Qualche anno dopo qui ho girato uno dei miei primi video con l’antenata della gopro per gli attuali standard di infima qualità da me intitolato un po’ immodestamente Full Monti, uno dei miei primi post in questo blog se ricordo bene, visto adesso è inguardabile ma dà l’idea della ripidezza del sentiero, vero Alessandro?


Autunno in Fleons

Se l’ha detto Valter Bonatti quando l’ha vista la prima volta che la Val Fleons è una delle più belle valli delle Alpi sarà pur vero. Per noi biker friulani è la Travenanzes de noantri, una perfetta linea di discesa ad arco che dal passo Sesis ti catapulta giù fino a Pierabech 1300 metri più in basso, la classica gita da fare una volta all’anno. D’autunno è ancora più bella, le ombre del Più Chiadenis si allungano a coprire metà vallata già all’una del pomeriggio e se becchi una giornata senza una nuvola è uno spettacolo. Ad un anno esatto da Vaia è la prima volta che salgo la sterrata da Pierabech alle sorgenti del Piave e mi aspetta una piacevole sorpresa, forse l’unico aspetto positivo in tanta devastazione: per tutta la salita non sei più immerso nel bosco fitto ma la vista può finalmente spaziare su tutte le cime circostanti, verrebbe da dire, beh, grazie Vaia, non serviva tanta irruenza ma grazie lo stesso.

Fuga da Mukluk 2

Le esplosioni durarono tutta la notte, il rumore giungeva in lontananza da ovest e nella stazione di controllo Lanza IV sul pianeta Mukluk 2 con noi tre, io, Julian e Pavel buttati giù dalle brande ma preparati da giorni ad un’evenienza del genere era iniziata frenetica l’operazione di sgombero, ognuno sapeva esattamente cosa fare. Le notizie che giungevano dal Comando Centrale giù nella sterminata pianura erano in realtà abbastanza contraddittorie ma il protocollo in questi casi prevedeva di abbandonare la stazione alle prime luci dell’alba e scendere da quella strana montagna in mezzo al nulla con ogni mezzo a disposizione, bisognava solo lasciare i sensori esterni attivi e le aviocamere automatizzate in azione, tutto il resto doveva essere reso inutilizzabile da chiunque fosse arrivato lì dopo di noi. Erano già le 6 quando i miei compagni dopo un frettoloso saluto (dovevamo rivederci comunque di lì a pochi giorni) avevano calzati gli sci per risalire il crinale di fronte alla stazione e scendere nella valle sottostante e guardandoli allontanarsi col tele della mia videocamera portatile Bolex Mini Sixteen K pensai fra me “Che strano modo di spostarsi su questo pianeta del cavolo” ma nel frattempo mi compiacevo di avere scelto l’unico altro mezzo rimasto a disposizione, quella strana bici con le gomme larghe che nessuno voleva mai usare per le perlustrazioni di routine delle settimane precedenti, forse l’ingegnere pazzo che l’aveva progettata si era ispirato ai vecchi Rover lunari degli anni ’60.

Nella strana luce del nuovo giorno mi misi in sella alla F-Bike, nello zaino avevo da mangiare e bere per un paio di giorni e la fida aviocamera sopra la mia testa era pronta a segnalarmi eventuali pericoli di fronte a me, ma nonostante la situazione d’emergenza e una seppur minima apprensione tutto sembrava sotto controllo, la pista che avevo scelto passava per delle vallette ancora innevate ma più in giù s’intravedevano i prati verdi coperti dai crocus primaverili già di un bel violetto fosforescente, in fondo questo sperduto pianeta non era del tutto insignificante. Fu così che io e i miei due compagni, anche se con strade diverse, riuscimmo a salvarci dagli attacchi dei giorni seguenti e lasciare Mukluk 2 a differenza di tanti altri giù nelle pianure che non ebbero nessuna via di scampo. Nella mia memoria rimarrà per sempre la desolante bellezza di quelle montagne, chissà, forse quando tutto questo sarà finito ci tornerò.

Obstanser See

Giro dell’anno, di questo e anche degli anni che l’hanno preceduto  e che seguiranno, ma non si può mai dire. La Sella dei Frugnoni con i suoi 2539 metri è il punto più alto di questa mega traversata dall’ Italia all’Austria ed è uno dei pochi valichi in quota delle Alpi Carniche di un qualche interesse montainbaikistico. Ieri forte della batteria nuova e più potente sulla Levo sono partito da Bagni di Valgrande, località vicino a Padola in Comelico ma molto meno frequentata e più spartana, con l’intenzione di portare a casa un bel giro epico. Si inizia con la ripida strada di Casamazzagno per andare a prendere il segnavia 147 che segue il versante orientale della Costa della Spina, l’avevo studiato sulla cartina tante volte ma non l’avevo mai provato. Interessante ma potevo risparmiarmi la fatica, è un vecchio sentiero frequentato solo dalle mucche pieno di buche tra le zolle d’erba con solo qualche bel tratto scorrevole. Arrivato a Casera Silvella noto con una certa preoccupazione che il livello della batteria è sceso drasticamente, se facevo l’asfalto della Val Digon non l’avrei consumata così, vabbe’ tanto dalla Sella dei Frugnoni è tutta discesa… Prossima meta Passo Silvella, ultraconosciuto per la mitica discesa della Costa della Spina, vedi https://bicidimont.com/2010/08/30/costa-della-spina/, e col cavolo che mi faccio la salita in eco, attacco il trail che il sole mangia le ore e in alto le nebbie si addensano e arrivo al passo giusto in tempo per veder spegnersi l’ultima lucetta verde sul telaio, tanto da adesso si va a piedi per 200 metri di bel sentierino a comodi tornanti fino allo scollamento avvolto ormai nelle nuvole basse. E’ fatta, imbocco il sentiero di discesa 5b fino all’Obstanser See con l’omonimo rifugio che intravedo solo quando sono giù nella conca, peccato per il panorama, amen, ma quel che conta di più è la discesa fino a Kartisch, è lì davanti a me finalmente, l’ho immaginata così tante volte che non mi fermo neanche un minuto, sembra proprio divertente un bel troj ghiaioso al punto giusto e mai troppo ripido con qualche masso ben saldo nel terreno da superare di slancio, mi piace e anche gli escursionisti di lingua tedesca sembrano apprezzare tanto che gentilmente si scansano, addirittura uno mi scatta una foto col cellulare, evvai, io per ripagare cotanta educazione cerco di scendere senza sgarfare che sennò chissà le maledizioni. Raggiunta la verde piana della Prinz Heinrich Kapelle il sentiero ha una brusca curva a destra per immettersi nella lunga serie di scalini artificiali della spettacolare mulattiera scavata nella roccia che finché son di un’ altezza decente si fanno agevolmente altrimenti bisogna inventarsi qualche numero oppure ogni tanto scendere, e che sarà mai, ho tanta strada da fare per arrivare all’auto e vale la regola primo non farsi male. Più si scende e più il sentiero diventa filante, anche gli escursionisti sono più radi e ci si diverte nei tornanti ormai senza problemi, la strada finale mi catapulta in un attimo alle prime case di Kartitsch. Urge caricare la batteria esausta nonché reidratare la gola secca e quindi sosta di un’ora al Waldruhe Hote, piccolo albergo a carattere familiare come recita il cartellone pubblicitario duecento metri prima. Nel garage dell’albergo ci sono altre due ebike in ricarica, una è guarda caso una nera Specialized Levo HT. Il programma adesso prevede il rientro al Passo di Monte Croce Comelico prima per la pista ciclabile lungo la Drava fino a San Candido e a seguire asfalto fino a Sesto: arrivo qui con troppo poca batteria per gli altri 300 metri fino al passo e allora che si fa? Davanti a me c’è la funivia del monte Elmo e allora spendiamo questi 15 euro e 60, azz…,  e facciamoci qualche altra discesa, nell’ordine sentiero 3, 136 e 131 con variante finale su traccia di terra rossa nel bosco da bava alla bocca e gran finale dal passo giù in picchiata sulla sterratona segnavia 155 stile Kamikaze fino a Bagni di Valgrande.

Dopo tanta goduria un po’ di disappunto per le riprese inspiegabilmente sovraesposte della nuovo gopro nonché il cilecca del telefono nel registrare la traccia gpx, in 9 ore si sarà stufato anche lui… morale della favola poche foto salvate e l’incognita della reale distanza percorsa, 65, 70 o 80 km? 1700 o 2200 metri di dislivello? Boh, posso tranquillamente convivere con questi dubbi, il giro l’ho fatto e me lo ricorderò per un pezzo.

Casamazzagno ore 9 umidità 99%

1_spina
Il sentiero 147 bello solo a tratti

2_obstansersee1
Sella Frugnoni nella nebbia

3_rifugio
L’Obstanser See e il rifugio

4_discesa
I primi gradini

5_scalinata3
Ripido è ripido

7_strettoia
Piega un po’ la testa a sinistra

6_scalinata2
Tutto diventa più facile

Danke Schön, Fräulein

Il famoso primo sorso di birra

 

 

 

9_passerella
Canada? No, Sexten.

 

E per l’angolo della nostalgia questa era la mia bike esagerata quando nell’estate del 2004 sono salito alla sella e poi tornato indietro 🙂

Cima Bella, Sagran & Sella Bistrizza

 

La Cima Bella è una classica dello sci alpinismo d’inverno, salirla con la ebike è una figata.

Il largo crinale d’erba è tutto per me oggi.

E’ bello arrivare in cima alla Cima Bella.

L’alpeggio sul versante nord della montagna si raggiunge per un sentiero poco appariscente.

Perché seguire la strada se c’è un bel troj più divertente?

This is freeride.

Noie meccaniche per un banale ramo fra i raggi: gabbia del cambio piegata di brutto.

Si sale per il 403 all’ampia sella erbosa fra il Sagran e lo Starhand.

Sul sentiero pedalando in salita, eh già, mica a piedi come una volta :).

L’arrivo in sella sotto un sole cattivissimo.

Il sentiero 403 s’infila nel bosco.

Me lo ricordavo bello ed è rimasto abbastanza ben conservato dopo un inizio un po’ scavato.

E molla quei freniii…

Fine della seconda discesa alla Sella di Lom.

La traversata del versante nord dell’Osternig è stata da mal di testa: ad un certo punto la forestale termina con questa bella catasta di alberi tagliati, di là c’è una misera traccia di sentiero che finisce nel niente. Anche il sentiero 477 è da evitare, forse, col senno di poi e cartine più aggiornate della Tabacco, bisognava stare più bassi su un’altra strada forestale.

Arrivato in qualche modo a Sella Bistrizza non mi resta che farmi una birra e uno strudel, sì perché ho fatto gli ultimi 150 metri di dislivello a piedi senza più batteria dopo tutto il Turbo di oggi  😦 .

Per fortuna che mi attende una discesa da antologia, mulattiera rettilinea con radici superasciutte da fare tutta d’un fiato.

Si entra nel bosco…

… e si molla tutto!

Peccato rallentare per i pedoni, si scherza, eh!!!

La ragazza mi aspetta a metà tornante, scelta discutibile…

… mi precede per un tratto…

… per poi decidere di fermarsi, grazie signorina!

Il lungo tratto di sterrata fino all’Osteria Al Camoscio è molto frequentato.

Finita! 3 salite, 3 discese, 1500 metri di dislivello in 27 km ravani compresi, in ogni caso un grande giro.

 

Lodin8

I giri a 8 per chi pratica mtb sono dei classici, accanto agli ultraclassici giri ad anello e a quelli, per chi ha poca fantasia, anda e rianda, tipo, non so, salita al rifugio Marinelli e discesa per la stessa strada, vabbè chi non li ha fatti all’inizio. Questo del Lodin è veramente una gita all’insegna della nostalgia, molto old school visto lo stato disastroso dei sentieri alluvionati e ridotti a solchi e scalini nell’erba, per non parlare della assurda strada forestale che ha rimpiazzato lo stupendo sentiero 454, quello che dal Passo Pecol di Chiaula ti guidava per 1000 metri in una delle più belle discese in Carnia fino a Casera Ramaz passando per il rifugio Fabiani. Siamo dalle parti di Cason di Lanza e il giro di anni fa meritava anche per la bella salita al Passo di Meledis e la traversata a nord del Lodin fino al Zollner See, quello che di solito si definisce un incantevole laghetto alpino, meta famosissima per i carinziani in cerca di fresco a ferragosto. Oggi non ci resta che usare l’odiata strada forestale per salire velocemente in quota preferibilmente in sella alle nostre ebike in modalità Turbo, giusto per far durare l’agonia della salita il meno possibile ;), e poi scorrazzare qua e là a piacere sulla cresta di confine, meglio se hai una birra e un panino nello zaino al posto delle barrette per la sosta al lago. In discesa l’alternativa al vecchio troj c’è, si chiama abbastanza pomposamente Sentiero dei Celti ma in tutta franchezza non è poi così mitico, sembra appena zappato nel bosco ripidissimo però nella parte alta è bello panoramico. Di questi tempi bisogna accontentarsi.

Avatar Bike

 

Ma come abbiamo finora senza?

E’ quello che viene da pensare dopo aver provato questa meraviglia della tecnologia targata Specialized, la Turbo Levo Fattie nella versione Comp , quella “economica”. Chi critica queste nuove e-mtb proprio non lo capisco, cosa c’è di meglio di una bici che ti porta in alto, tanto in alto, con la metà della fatica che si fa di solito risparmiando schiena e gambe per potersi poi divertire al massimo in discesa, che forse le prime mtb non sono state inventate per quello? Casomai è il cross-country che è un’anomalia, una deviazione dallo spirito originario, non il contrario. Una piccola rivoluzione che ci apre un intero mondo di nuove possibilità, un avatar bike che fa (quasi) tutto lei in salita, già fantastico di giri alpini extra lunghi dalla mattina alla sera, wild camping in posti mai raggiunti, discese di 1800 metri guadagnate con due sole ore di sforzo sensato, robe inimmaginabili solo qualche anno fa.

I puristi storceranno il naso, lo so, ma… aspetta, quali puristi, quelli che si vantano di pedalare bici tradizionali e poi c’hanno tre auto in garage, seconda casa in montagna e tv da 55” in salotto? Ah, ok… allora mi sento a posto, grazie.

2011…

… e 2017 😉