Slavnik mini

Dicono che ci sono due cose che non disimpari mai anche se è tanto che non pratichi, una è la bici, l’altra non ricordo. Erano 100 giorni che non salivo sulla fat distratto da neve, ciaspe, skiboard e altri passatempi invernali, ma il richiamo del Carso sloveno con i primi caldi è qualcosa che non puoi ignorare, allenàti o no si va e basta, e in fondo lo Slavnik partendo da Presnica è gita proprio corta, 500 metri per 15 km sì e no non possono spaventare nessuno, oddio, se nello zaino hai 3-4 kg di mirrorless, obiettivi e gopro una bella sudata te la fai comunque. In più sai già che andare in un giorno festivo da quelle parti ti beccherai una teoria di 29er xc con micro zainetto che ti sfrecciano a fianco in salita, ma tu soffri in silenzio e saluti sorridendo, tanto non ti serve arrivare in cima, c’è quel bel cocuzzolo, il Grmada, che sembra perfetto per le foto, e pensi già alla discesa su quel bel sentierino carsico che scende alla ferrovia che, sì, vabbè, sarebbe vietato alle bici, ma non si può neanche ridiscendere per quella sterratona dove transitano anche le auto, dai, non scherziamo. This is not mountainbiking. E che danni possono fare le mie innocue Surly Nate da 3,8” su quel bel calcare bianco compatto? Nessuno, ci galleggiano sopra allegramente, sembrano nate per questo.

A Presnica non venivo da un po’ di anni, adesso ci sono i cartelli per il parcheggio, i segnavia per la cima dello Slavnik e addirittura il sottopasso della ferrovia per evitare l’attraversamento dei binari come si faceva una volta, io però non ho resistito… ah, e c’è anche un bell’ agriturismo meritevole di una visita, quindi la partenza da Kozina-Hrpelje come si era abituati a fare è definitivamente old.

Tips & tricks: evitare di scendere nelle ore di punta, alle 13-14 è l’ideale mentre sono tutti al rifugio con i piedi sotto i tavoli. Fermarsi e dare precedenza a chi va a piedi, sempre. Non sgarfare in curva che non è un bike park, non andare in comitive parrocchiali, meno si è meglio è, e togli quel casco integrale e quei paragomiti che mi sembri Lancillotto!

Fusine d’inverno

Un mesetto fa se volevi cercare neve in Friuli dovevi per forza andarti a ficcare in quel frigorifero che è la piana dei Laghi di Fusine, a gennaio il sole fa capolino dietro la Veunza fino alle 11-11 e mezza del mattino e dopo sono cavoli amari, a piedi o in bici soste brevi e pedalare. Rimane pur sempre il luogo ideale per sfoderare i supertele zeiss contax  per immortalare le magnifiche pareti innevate del Piccolo Mangart, Veunza, Picco di Mezzodì, far volare il drone sul lago e altri simili passatempi fotoescursionistici, il giro in bike si riduce a 400 metri di salita per una strada innevata con pochi sentieri a disposizione per la discesa ma la cosa non pare così grave. Se poi ti sei congelato le chiappe, al ritorno in auto puoi sempre scaldarti con un bell’album vintage, che so, Yeti degli Amon Düül II per esempio, scelta più che azzeccata. Per chi non ha fatto in tempo a conoscerli può ascoltarli nella colonna sonora del video qui sotto, i Queen a questi non son degni neanche di allacciargli le scarpe.

Il giorno più corto

Giorno più corto = gita più corta, i 400 metri di dislivello per raggiungere da malga Saisera il rifugio Grego sembrerebbero più adatti a famiglie con giovane prole al seguito, in realtà per l’inizio di quest’inverno con poca neve sono perfetti per adattarsi ai rigidi climi della stagione, se poi ti rendi conto che il sole lassù tramonta alle 13 e la massima ha appena toccato i -1° c’è poco da fare gli spavaldi, viene da girare la bici e scendere a valle appena possibile, saremo ricompensati con un favoloso white track facile e divertentissimo però vietato alle gomme under 3,8”, ma, aspetta, com’era quella storiella che le fat bike sono poco agili???

 

 

 

Zeiss Contax Planar 50mm F1,4

Oggi parliamo di fotografia vintage, beh, sì, a volte mi riesce difficile parlare solo di mountain bike, non sono uno di quelli tutto enduro e forcella fox ultimo modello, se vado in bici scelgo posti che abbiano una qualche attrattiva paesaggistica per fare foto e video anche a costo di fermarmi ogni due chilometri, me ne fotto di VAM e tempi di salita. Appena comprato su eBay un mitico Zeiss Contax Planar 50mm F1,4 ho dovuto provarlo in un posto speciale, speciale com’è questo pezzo di vetro e metallo giustamente famoso. Da un po’ volevo tornare in zona Planina Zaprikaj sopra Dreznica, in Slovenia, proprio sotto la parete ovest del Monte Nero, così l’abbinamento mi è sembrato perfetto. Risultato: una domenica neanche tanto fredda di dicembre con meteo che dall’umidità della mattina è decisamente migliorato per finire con un tramonto fantastico. Tecnicamente impietoso è il confronto con il simil obiettivo della Gopro, se poi ci mettiamo il sensore APS della Samsung NX500 allora il confronto diventa imbarazzante.

Com’era il sentiero in discesa? Per stavolta il mountainbiking è rimasto in secondo piano, ancora troppe foglie e sassi viscidi dopo le piogge dei giorni scorsi, aspettiamo che la neve compatti il tutto per divertirsi con la fattona e poi ne riparliamo. Stay tuned.

Gita per fat bike n.1: Val Sissanis

Ho cercato in giro sul web qualcuno che postasse qui in Friuli qualche bella uscita in fat bike, e invece niente, tocca fare da soli, ma si sapeva, questa è terra di gente legata alle tradizioni anche quando va la domenica in montagna.

Per pianificare una gita di questo tipo bisogna organizzare gli elementi necessari partendo ovviamente da:

1) LA BICI. In quest’ultimo anno sono passato dall’ebike 27,5” plus alla rigida 29” plus per poi lanciarmi con una vera fat 26”,una rivelazione, l’ho pedalata 400 km in 9 giorni con l’entusiasmo del neofita. Se però qualcuno ti dicesse che che la vera fat bike dev’essere rigida o al massimo con la sola forcella davanti non credergli, da quando sono il fortunato possessore di una stupenda Salsa Bucksaw nera non c’è storia, se ci si vuole divertire sui troj in montagna la doppia sospensione è d’obbligo.

2) IL SENTIERO. Scopo di ogni gita in mtb che si rispetti è sì quello di salire, con l’andatura che uno preferisce, ma se poi allo scollinamento non abbiamo di fronte un sentiero che ci diverte è, diciamolo, fatica sprecata, avremo solo pain e nessun gain. Con una fat devi solo pensare ai sentieri più scassati, quelli con i sassi di traverso che ti hanno fatto ammattire in quell’ uscita di anni fa mai più ritentata e dove avresti voluto una bici con escursione da dh, i cosiddetti sentieri tossici insomma. Provalo adesso con una fat ammortizzata e vedrai gli scalini rimpicciolirsi e il sentiero diventare meravigliosamente flow :).

3) L’AMBIENTE. Inteso come location, se hai i gommoni non fai gare e ti vuoi solo divertire quindi devi scegliere un posto naturale che sia meritevole di una visita, non puoi buttarti in discesa sotto una funivia con il tracciato segnato da strisce di plastica bianche e rosse, quello è un altro sport che non ci interessa più di tanto.

La soluzione N.1 al problema non poteva che essere la Val Sissanis sopra il lago di Bordaglia, salita a Casera Bordaglia di sopra bella ripida e con un tratto a piedi faticosetto, però una volta arrivato alla sella omonima mentre ti gusti la tua barretta preferita lo sguardo spazia deliziato a 360° su montagne e laghi e valli da non temere confronti con posti turistici più famosi. Dalla Sella Sissanis in giù non devi pensare a niente, fa tutto la bici e  devi solo cercare di massimizzare il divertimento, tutti  gli smadonammenti che hai tirato quel giorno con le gommine sui sassi di taglio nella prima parte della discesa sono un lontano ricordo.

E quando arrivi all’auto ti senti come le prime volte che sei sceso da una montagna con la bici, erano veramente anni che non provavo questa sensazione, sembra che sia un effetto piuttosto comune tra i fattoni :).

Ginsarp Alles

Due anni fa per guarire dalla frattura al piede avevo ripreso la bici con l’intenzione di fare qualche bel giro facile in posti meritevoli di qualche ripresa video e Sella Prasnig mi sembrava l’ideale, come mi sembrava appropriato salire da Riofreddo e scendere a Valbruna. Mi sbagliavo, anche il giro in senso antiorario ha la sua ragione d’essere, anzi così la fanno in tanti con l’ebike, invece io stavolta mi son portato la fattie, quella vera, non la Levo. Giro contrario, anche il titolo doveva essere contrario, ecco spiegato il perché di “Ginsarp Alles”, non è tedesco. Difficoltà tecniche pari a zero ma l’ambiente è superlativo, per una domenica in relax all’ombra delle Giulie ancora in piena sindrome post Velebit può anche bastare.

 

Premužić Trail

LENTO E’ BELLO

Il bikepacking altro non è che la versione fuoristrada del cicloturismo ed è uno dei modi più lenti per viaggiare, camminata a piedi a parte, anche se spesso le due cose coincidono ma su questo ci torneremo dopo. La traversata del Velebit, la catena montuosa lunga 145 km più famosa della Croazia con le sue cime di 1700 m con spettacolare vista sulle isole del Quarnaro e una infinita rete di sentieri, è sempre stato un mio pallino e quest’anno con Stefano abbiamo progettato in tutti i dettagli il bike trip. Il più famoso di questi sentieri in quota è il Premužić Trail, in croato Premužićeva Staza, 57 chilometri di mulattiera rocciosa strappata alle rocce carsiche del Velebit settentrionale, “una vera opera d’arte della muratura a secco” come viene definita dalla guida “Escursionismo in Croazia” di Alan Čaplar, la bibbia per chi vuole avventurarsi da quelle parti. E’ stato progettato dall’ingegnere omonimo e costruito in tre anni dal 1930,  si sviluppa longitudinalmente da nord a sud tra i 950 e i 1500 metri di quota, ma, ed è un grosso MA, è vietato alle mtb, almeno così sembra dalle poche notizie che arrivano dal web. Sappiamo benissimo tutti che a volte è sacrosanto bloccare le orde di rider più o meno free sui sentieri con facile accesso in auto, ma noi contiamo sull’approccio soft da bikepacker appunto, io poi con la fat carica come non mai, per cui ad un eventuale incontro con i guardaparco contiamo di cavarcela con le nostre innate buone maniere, o alla peggio la faccia da fesso, l’importante è non lasciare sgarfate, non sporcare l’ambiente e dare precedenza ai pedoni, tutte cose che facciamo normalmente. Decisi a traversare il Velebit dal rifugio Zavizan alle gole di Paklenica mancava da decidere come ritornare a riprendere le auto e allora perché non continuare in modalità cicloturistica sulle strade asfaltate ancora non trafficate in maggio all’isola di Pag, risalirla e andare a prendere il traghetto per la terraferma chiudendo così il giro.

Selfie a Sveti Jurai (foto di Stefano Lavia)

VIETATO VIETARE

Lasciata un’auto strategicamente sulla costa al delizioso paese di Sveti Jurai, una kona, la posta, la capitaneria di porto e quattro case in tutto, sabato all’una e mezza siamo con la seconda auto al parcheggio dello Zavizan a 1500 metri, il borino che ci accoglie appena usciti dall’auto ci fa capire subito che l’estate è ancora là da venire, mettiamo il pile leggero e si parte. La stradella iniziale è quasi pianeggiante, i turisti vanno tutti al rifugio 50 metri sulla cimetta sopra di noi, giriamo un costone e troviamo la neve, ok niente crema solare e maglietta con le maniche corte oggi. All’inizio del sentiero la tabella riporta tutta la serie dei divieti classici presenti in tutti i parchi del mondo, toh, c’è anche la mtb, vabbe’ andiamo a mano i primi metri… ma solo i primi metri perché poi non si può non salire in sella e pedalare sul fantastico trail in piano nel bosco con il fondo compattissimo di terra rossa.

Sul biglietto d’ingresso al parco non c’è nessun divieto alle bici
il promettente inizio del Premužić Trail

BASIC BIKE

Stefano è preoccupato, io dopo anni di Travenanzes e Krn vietati sento meno la pressione, e diciamolo, fa più danni un grassone di 100 chili con le suole in vibram, senza offesa per i grassoni beninteso, anch’io ho la fat! L’ambiente diventa ben presto quello carsico tipo Canin per intenderci, solo che qui tranne qualche breve tratto a piedi si può quasi sempre pedalare e lo spettacolo attorno è semplicemente grandioso, se ami i terreni carsici devi venirci almeno una volta nella vita. Gli escursionisti che incontriamo e salutiamo col nostro stentato “Doberdan” sono tutti sorridenti, anzi curiosi di queste strane gomme che monto, nessuno ci rimprovera o ci grida contro come capita a volte in Friuli e Slovenia.

E il primo bivacco è occupato, contenti? (foto di Stefano Lavia)

Al bel bivacco Rossijevo dove contavamo di dormire dopo la prima mini tappa ci sono altri 6-7 ragazzotti arrivati con zaini mastodontici, sono le 4, il bivacco ha solo 6 posti e dopo un rapido calcolo decidiamo di continuare per il rifugio Alan, in fondo sono solo altre 4 ore, alle 8 si cena! Questo sarò il leitmotiv del giro, come dei tanti giri fatti assieme a Stefano, finché c’è sole si va avanti a testa bassa, io che lo conosco mi sono premunito, il frame bag sulla mia bici è pieno di barrette e due sacche d’acqua per le merende al volo, stavolta il pericolo numero 1, la crisi di fame, non mi frega. Il bello di questi sentieri che hanno tante salite corte seguite da discese altrettanto corte ma che danno sollievo alla gamba e al morale, insomma, ci si diverte parecchio. In maggio nei versanti settentrionali ci sono ancora tratti innevati, si scende e si va ad andatura pedestre ma incontriamo un francese che ci informa che al rifugio manca un’ora, e sono le 5 e mezza, cavolo, stiamo andando piuttosto bene, così bene che nel tratto seguente su un collinone in terreno aperto decido di lasciar andare Stefano avanti e preparo il Mavic Air per il primo voletto. Tra una cosa e l’altra vanno via venti minuti, raggiungo Stefano che si era fermato ad aspettarmi visibilmente insofferente e sul momento ancora non lo capisco, ma già dal giorno seguente diventerà una regola tacitamente accettata: per compiere la traversata in tempi decenti non c’è tempo per queste divagazioni, sarà il primo ed ultimo volo del mio piccoletto sui cieli della Croazia, d’ora in avanti seguiremo tutti e due spontaneamente la semplice regola del pedala, cammina, fotografa, mangia, bevi, dormi, la giornata ridotta alle cose essenziali, basiche, anche questa è una lezione da imparare sul campo.

A metà della prima tappa su terreno aperto (foto di Stefano Lavia)

 

LO STARGATE DELL’ALAN

Alle sei e mezza arriviamo all’Alan più di un’ora in anticipo sulla tabella di marcia complice un magnifico single track scorrevole come pochi, e guarda caso gli ultimi metri sono su strada asfaltata così abbiamo pronta la nostra versione se ci chiedono da dove siamo venuti. Il rifugetto in legno è veramente carino, il gestore ci saluta appena messa giù la bici, siamo gli unici su ruote di tutto il numeroso gruppo di clienti, entriamo nella prima stanza a destra e ci troviamo direttamente nella cucina dove qualcuno armeggia con le pentole sulla stufa a legna e altri siedono all’unico tavolo mangiando una minestra e bevendo una Karlovacko, l’atmosfera è di quelle super rilassate e sembra che ognuno possa fare quel che vuole. Chiediamo un posto per la notte e in due minuti il gestore ci porta all’unica altra stanza del piano terra, una specie di sala da pranzo sui generis e ci dice che possiamo tranquillamente tenerla tutta per noi e dormire sui materassi appoggiati alla parete in fondo, per la cena possiamo sederci di là che subito è pronta la minestra di verdure con salsiccia. Naturalmente ci chiede da dove siamo partiti e per dove siamo diretti e ai nostri racconti di giri sulle strade asfaltate secondarie del Velebit si presta volentieri al gioco di far finta di crederci e questo ce lo rende subito amico. Quello che succede nelle ore successive ha del surreale, Stefano ed io ce ne stiamo a sorseggiare la pelinkovac in piedi alla finestra della cucina mentre intorno tutti entrano ed escono con una certa lentezza dalla stanza senza un motivo apparente, vanno agli zaini ordinatamente appoggiati al muretto e preparati per la partenza vicino al pullman parcheggiato a un metro dal rifugio col motore acceso e invece niente, dopo un’ora l’autista spegne il motore e tutto il gruppo sale con calma al primo piano nella camerata in comune zaini in spalla. La mattina dopo, mentre noi due ci abbuffiamo di caffè nero e mega piatto di uova strapazzate, 4 a testa, tutto il gruppo della sera prima è, come dire, “affaccendato” nei preparativi della vera partenza, quella del giorno prima era evidentemente solo una prova generale e in quell’istante ne comprendiamo il significato, il rifugio dev’essere una specie di stargate per entrare in un’altra dimensione temporale dove la frenesia, il bisogno di fare le cose in fretta il più possibile, il correre per arrivare primi non esistono più, il ritmo lento e rilassato è la regola, non dovrebbe essere sempre così?

Lo scontrino del rifugio Alan

SENTIERI VISTA MARE

Partire alle 7 e mezza la mattina con un single track da sogno non capita tutti i giorni, non ci sembra vero, chi pensa più alle solite preoccupazioni quotidiane, la mente è sgombra e vola in alto più del drone, le Surly Nate da 3,8” si divorano tutti i sassi piantati di taglio nella mulattiera e passare dal boscoso versante orientale del Velebit a quello roccioso occidentale con lo spettacolare panorama sulle isole del Quarnaro ad una selletta spazzata dale raffiche di bora è come vivere un sogno ad occhi aperti, sai che stai staccando il biglietto vincente della lotteria.

Alle 7.30 già in sella (foto di Stefano Lavia)
Stefano in action
Lo zainetto da bici di Stefano
Lo spettacolare panorama su Rab
I love rocks and roll (foto di Stefano Lavia)
Il mattino ha l’oro in bocca

La seconda parte del Premužić Trail è la più lunga, varia e fisicamente impegnativa, sono 35 km e 8 ore di saliscendi con 560 metri di salite e 1000 di discesa ma in certi tratti la mulattiera si è ristretta a sentierino invaso dall’erba e con qualche albero caduto per cui l’andatura è rallentata, si vede che non è frequentata come la prima parte fino all’Alan. Ci si diverte comunque e la vista sul mare allevia la fatica e più si scende verso sud e più il clima diventa confortevole, il vento è cessato e fa caldo, quasi un cambio di stagione. A differenza del primo giorno non incontriamo nessun escursionista, solo nel tratto finale dopo il bivacco Skorpovac incrociando una strada bianca un tizio ci saluta incredulo, forse di qua non passano tanti in bici.

Sentieri vista mare
Al bivacco Skorpovac non c’è nessuno
Mulattiera assolata (foto di Stefano Lavia)
Gli ultimi km del Premužič Trail (foto di Stefano Lavia)

Dopo 57 chilometri, o 52 secondo il mio gps, il Premužić Trail finisce nei pressi di Baške Oštarije, quattro case con un ostello dove dormiamo la notte, ci perplime il parcheggio alla fine del sentiero, uno spiazzo terroso in discesa che sembra appena disboscato con una semplice scritta su un albero, completamente differente dall’ingresso settentrionale tutto perfettamente organizzato e tabellato, qua di sicuro girano meno soldi. A cena stavolta ci sfoghiamo con minestra, grigliata di carne, birre, palacinka e pelinkovac, il tutto viene assimilato in tempi record e anche questa sarà la regola dei prossimi giorni, e ci godiamo il momento, anche perché  non sappiamo ancora cosa ci aspetta l’indomani.

Fuga da Mukluk 2

Le esplosioni durarono tutta la notte, il rumore giungeva in lontananza da ovest e nella stazione di controllo Lanza IV sul pianeta Mukluk 2 con noi tre, io, Julian e Pavel buttati giù dalle brande ma preparati da giorni ad un’evenienza del genere era iniziata frenetica l’operazione di sgombero, ognuno sapeva esattamente cosa fare. Le notizie che giungevano dal Comando Centrale giù nella sterminata pianura erano in realtà abbastanza contraddittorie ma il protocollo in questi casi prevedeva di abbandonare la stazione alle prime luci dell’alba e scendere da quella strana montagna in mezzo al nulla con ogni mezzo a disposizione, bisognava solo lasciare i sensori esterni attivi e le aviocamere automatizzate in azione, tutto il resto doveva essere reso inutilizzabile da chiunque fosse arrivato lì dopo di noi. Erano già le 6 quando i miei compagni dopo un frettoloso saluto (dovevamo rivederci comunque di lì a pochi giorni) avevano calzati gli sci per risalire il crinale di fronte alla stazione e scendere nella valle sottostante e guardandoli allontanarsi col tele della mia videocamera portatile Bolex Mini Sixteen K pensai fra me “Che strano modo di spostarsi su questo pianeta del cavolo” ma nel frattempo mi compiacevo di avere scelto l’unico altro mezzo rimasto a disposizione, quella strana bici con le gomme larghe che nessuno voleva mai usare per le perlustrazioni di routine delle settimane precedenti, forse l’ingegnere pazzo che l’aveva progettata si era ispirato ai vecchi Rover lunari degli anni ’60.

Nella strana luce del nuovo giorno mi misi in sella alla F-Bike, nello zaino avevo da mangiare e bere per un paio di giorni e la fida aviocamera sopra la mia testa era pronta a segnalarmi eventuali pericoli di fronte a me, ma nonostante la situazione d’emergenza e una seppur minima apprensione tutto sembrava sotto controllo, la pista che avevo scelto passava per delle vallette ancora innevate ma più in giù s’intravedevano i prati verdi coperti dai crocus primaverili già di un bel violetto fosforescente, in fondo questo sperduto pianeta non era del tutto insignificante. Fu così che io e i miei due compagni, anche se con strade diverse, riuscimmo a salvarci dagli attacchi dei giorni seguenti e lasciare Mukluk 2 a differenza di tanti altri giù nelle pianure che non ebbero nessuna via di scampo. Nella mia memoria rimarrà per sempre la desolante bellezza di quelle montagne, chissà, forse quando tutto questo sarà finito ci tornerò.

Neddis

Dura la vita del fat biker in Friuli, e non tanto per questioni di dieta. D’inverno non ci sono strade di montagna pistate dalle motoslitte come in Alto Adige e i sentieri battuti dai ciaspolari sono pochi e non dove mi servirebbe, allora mi tocca aspettare la primavera per osare qualche sortita sul tanto agognato firn, la meglio neve che c’è. Il Neddis sopra Valdajer è quasi perfetto, gita breve di 600 metri, cima super panoramica, crinale poco ripido innevato fino a tarda stagione e peccato solo per la mancanza di un bel troj di discesa nella parte bassa ma per questa volta mi accontento della mulattiera che taglia la vecchia pista di sci.

Lo so, è solo “escursionismo”, ma a me piace.

Uorsic

Non è una vera cima, piuttosto una collinetta a quota 966 metri con i bunker interrati un tempo “a difesa” del confine orientale, però ogni inverno appena nevica mi attira per il bel sentiero che scende a Calla, continua in saliscendi alla chiesa di S.Andrea e s’infila in un’antica mulattiera lastricata in picchiata giù a Goregnavas ed Erbezzo, saranno 500 metri in tutto ma con la neve fresca è un vero spettacolo, a chi piace il genere beninteso e a me piace da matti, vietato ai minori di 3″. Gita non adatta a chi va di fretta, qua non servono ginocchiere e paragomiti tanto se cadi nella neve fresca non ti fai niente, piuttosto un paio di  Salomon in goretex perché le Five Ten tengono un’oretta e poi s’inzuppano, un piumino leggero per le soste, la GoPro e naturalmente, da quest’anno, il Mavic.

Per arrivarci ci sono due possibilità: salire a Montefosca e poi tagliare il fianco Ovest dello Joanaz su forestale di solito tracciata dai fuoristrada oppure aggirando da Sud il Craguenza per la strada che poco sopra Zapatocco porta a Cocianzi, passa Cedermas, arriva sul crinale sud del Craguenza da dove si prosegue per asfalto a Tamoris e alla casermetta militare dove finisce la strada trenta metri sotto la cima.

Se alla fine vi viene fame potete sempre fermarvi a Loch e sfamarvi con la gubana che porta lo stesso nome di un paese attraversato in bici la mattina. Quale? Beh, sta a voi scoprirlo, non posso mica dirvi tutto.