Monte Forno

Era una di quelle domeniche d’ottobre che ti alzi, vedi la nebbiolina fuori dalla finestra e vorresti tornare a dormire, invece accendi il mac, vai sulla pagina delle webcam e scopri che sul Dreiländereck, cioè sul monte Forno, c’è un bel sole invitante e non puoi più accampare scuse. Credo di essere arrivato in cima verso le due del pomeriggio, non proprio un orario da montanari, e oltre a me, strano a dirsi, una sola coppia di escursionisti italiani, lui intento a fare foto mentre la moglie sembrava incuriosita dalla mia Banshee Scream. “Bella bici” mi dice, se uno mi rivolge un complimento del genere di solito non so cosa rispondere, anche niente, ma era una mora carina e simpatica e allora rispondo “Grazie!”, e ci stava anche un’esticazzi ma mi sono trattenuto. Vabbe’, se quel giorno potevo vantarmi mio malgrado di una top mtb per quanto riguarda l’attrezzatura fotografica credo di aver avuto la peggiore fotocamera digitale mai prodotta, una terribile Minolta Dimage X20 che una volta svenduta a qualcun’altro non ho mai rimpianto, la Banshee sì.

Monticello

C’è sempre stata una gita che per me segnava l’inizio della stagione estiva a fine aprile o inizio maggio ed in un certo senso la chiudeva a cavallo dei mesi di settembre ed ottobre, il Monticello o Montusel come piace ai locali, una cima isolata di soli 1360 metri sopra Moggio e la Val Aupa con una vista superlativa a 360° che ne fa una meta frequentatissima dagli escursionisti. La prima volta ci sono venuto a camminare con due amici e lungo il sentiero di salita c’era questo telaio arrugginito di bicicletta lasciato lì da qualche buontempone, mancava la Fatina Bionda di quel famoso video pubblicitario per trasformarla in una moderna e-bike, certo che scassandomi le ginocchia sul sentiero di discesa mi ero ripromesso di tornare con la mtb. Ho dovuto aspettare una decina di anni ma ne è valsa la pena, bello sia salire dal paese di Grauzaria e le minuscole frazioni di Badiuz e Borgo di Mezzo che da sud dal Borgo Travasans sopra Moggio Alto, più pedalabile la prima, dopodichè dalla forca con la cappelletta non si fa altro che seguire la stupenda mulattiera militare a pendenza costante, segnavia 421, che porta a pochi metri sotto la cima, non ricordo altre gite con un avvicinamento simile, poco distante dalla pianura ma in ambiente prettamente alpino. La discesa sull’altro versante sempre contrassegnata dal segnavia 421 è oggi un must fra i freerider friulani, ho letto di uno che è sceso un po’ troppo allegramente e su uno dei ripidissimi tornanti della parte alta è finito sul bordo del precipizio e salvato dal Soccorso Alpino, è un tratto che andrebbe affrontato con una certa attenzione anche se non sono necessari i leziosi nose press tanto di moda oggi, quelli lasciamoli ad Hans Rey, mio idolo assoluto. Qualche anno dopo qui ho girato uno dei miei primi video con l’antenata della gopro per gli attuali standard di infima qualità da me intitolato un po’ immodestamente Full Monti, uno dei miei primi post in questo blog se ricordo bene, visto adesso è inguardabile ma dà l’idea della ripidezza del sentiero, vero Alessandro?


Marchkinkele

Itinerario scoperto nei primi anni di mtb qualche anno dopo voglio ripeterlo da solo, è un settembre particolarmente piovoso e parto da Udine all’alba destinazione Dobbiaco, la mattina è fredda come quasi a novembre e la neve ha già fatto la sua prima apparizione sulle cime più alte. Ho vaghi ricordi della gita ma rivedendo le foto mi par di ricordare il freddo becco patito pedalando in salita, la sosta in cima limitata alle due-tre cose indispensabili, cambiarsi, mangiare qualcosa e un paio di foto, e la frettolosa discesa sul magnifico sentiero 1 nella lunare valle del Blankenbach con le mani congelate, se penso alla stessa discesa fatta l’anno scorso nello stesso mese ma 18 anni dopo è quasi la conferma scientifica del riscaldamento globale.

Giro straconsigliato della Val Pusteria, in italiano sarebbe il Cornetto di Confine, è il classico millino (=gita di 1000 metri di dislivello) da fare ogni estate-autunno, io l’avrò percorso 8-9 volte e lo conosco a memoria, però puoi sempre incontrare qualcuno come è capitato a me l’ultima volta che vedendoti arrivare in bici un po’ allegramente ad uno dei tanti tornantini del sentiero lui e consorte fermi con le bici a mano vuole darti il suo consiglio spassionato: “Fai attenzione qui!”.

Vajnež

Se confronto l’attrezzatura fotografica che mi porto ultimamente nello zaino, fra mirrorless, obiettivi, drone e gopro almeno 4 kg, e quella che avevo la mia prima volta sul Vajnež, un Sony Ericsson K750, il massimo dell’hightech dell’epoca per soli 100 grammi di peso, beh, di sicuro le foto erano penose, (quelle scattate in cima perse per mia ignoranza durante un aggiornamento del mac…) ma facevo molta meno fatica e per un giro di 1800 metri di dislivello il micro zainetto andava alla grande. Itinerario di grande bellezza per la varietà del terreno , i panorami a 360°, le discese rupestri e l’orientamento complicato che richiede una buona dose di adattabilità e decisione, alla partenza ero realmente preoccupato al punto da avere fotocopiato qualche foto in bianco e nero scaricata dal web e scattata nel punto d’imbocco della discesa di non facile individuazione, ma poi tutto si è risolto nel migliore dei modi, anzi, alla fine è stato entusiasmante. Nei 30 km di giro sono stati tanti i settori di single track memorabili, eccezionale il passaggio fra due muri di neve in stile Stelvio in un unico tratto dove il sentiero tagliava letteralmente in due i resti di una slavina gigantesca.

Ritornato più volte ma diversi anni dopo i lunghi tratti di strada asfaltata e alcune mulattiere devastate dalle ruspe hanno ridimensionato la bellezza del percorso, cocente delusione vedere “italianizzata” anche questa parte di Slovenia. Rimane comunque un itinerario interessante salvo i divieti sui sentieri per le mtb che in Slovenia non è tanto chiaro se vengano fatti rispettare o meno, forse basta andarci in un giorno feriale e da soli o in pochi. Da riprovare con l’e-bike di sicuro.

La Mulatjera

Nell’estate del 2006 mi venne la smania dei sentieri sloveni che ad eccezione dello Slavnik erano a me del tutto sconosciuti, e fu una vera impresa la ricerca di informazioni sul web al riguardo, alla fine l’unica fonte attendibile era il sito mtbture ad uso esclusivo dei madrelingua, e hai voglia a comprare un dizionario sloveno-italiano o usare il traduttore di google, metà  dei termini usati per noi impronunciabili avevano e hanno tuttora significati decisamente oscuri. In particolare non avevo mai sentito parlare della mulattiera di guerra che da Tolmino saliva al Krn/Monte Nero costruita dagli austriaci per rifornire il loro campo base ai piedi della Batognica ma le foto anche se di bassa qualità  mi incuriosirono al punto da tentare un’incursione “behind the enemy lines” per raccogliere informazioni di prima mano. Con la fotocopia di una approssimativa mappa della zona in tasca parto una mattina di giugno ad ore impossibili per sfuggire ai temuti controlli, lascio l’auto a Tolmino e inizio la salita per il bellissimo alpeggio delle Tolminske Raune, continuo nel bosco in direzione Rifugio Planina Razor dove non mi azzardo ad avvicinarmi e m’infilo letteralmente fra due giganteschi massi che segnano l’inizio di quella che per me sarà  sempre “LA Mulatjera”, percorso unico nel suo genere, una cengetta strappata alla roccia a picco sulla valle dove Storia e Natura si danno la mano per kilometri e kilometri, una vera Macchina del Tempo per rivivere un’esperienza di cento anni fa, strano riuscire ancora oggi a passarci abbastanza comodamente in mtb divertendosi pure. Dopo circa 7-8 km di traversata in saliscendi si inizia a scendere per facile e bel sentiero alla Planina Dobreniščica usata dai cacciatori locali che sembra non gradiscano per niente i biker di passaggio, meglio controllare da distanza e approfittare, come ho fatto realmente io, di una loro distrazione per passare di soppiatto, non si sa mai. Da qui ci sarebbero due possibilità : continuare con un tratto in salita fino alla testata della valle e scendere a sinistra a delle casermette diroccate (Prehodci) ed a una mulattiera quasi abbandonata in direzione sud nella solitaria Valle del Tolmino, oppure, consigliabile, si gira subito a sinistra per prati sulla traccia che diventa sentiero sassoso e abbastanza tecnico a tornanti nel bosco fino a oltrepassare un ponticello in pietra, siamo alle sorgenti del Tolmino e possiamo concederci un sorso d’acqua freschissima all’ombra dei faggi. A sinistra del ponte si prende un sentierino che costeggia il torrente e in breve si è sul bel prato davanti ad una curiosa casetta nel bosco, la planina Pod Osojnico, bisogna attraversare il terreno recintato della malga e si continua sulla larga mulattiera che con una breve salita arriva ad una selletta con cancello. I single track sono ormai alle nostre spalle, ci aspetta una discesa a Tolmino piuttosto lunga e tutta all’ombra all’inizio su sterrata ghiaiosa, poi lastricata e veloce, infine larga e asfaltata, aperta al traffico e con qualche tratto in contropendenza. Per concludere in bellezza, arrivati alle prime case in località Ralne, praticamente dove si ha l’impressione di essere finalmente tornati alla luce dopo tanta oscurità, prendere il sentiero subito a sinistra (tabella) che porta allle gole del Tolmino, Tolminka korita, e godersi così ancora 150 metri di bel sentiero nel bosco fitto e venire scodellati direttamente davanti alla biglietteria delle gole. Girando a destra sulla stradina asfaltata, dopo neanche 100 metri prendere a sinistra la mulattiera che attraversa i campi e arriva ad un cimitero di guerra austriaco, da dove non resta che seguire dritti la strada asfaltata per il centro di Tolmino. Superfluo aggiungere che se non ti fermi a bere una veliko pivo alla fine di questo memorabile giro non hai ancora capito niente dello spirito della mountain bike.

Giro del Poviz

Luglio 2007, stanco dei soliti giri una limpida mattina d’estate carico la bici in auto e parto per Sella Nevea con l’idea balzana di non dare neanche un colpo di pedale in salita, ma neanche prendere la funivia del Canin che era la cosa più logica da fare. Quindi, caricata la bici in spalla, salgo per il sentiero 637 fino sotto le avveniristiche pareti del Robon, arrivo alla conca sotto il bivacco Modonutti-Savoia e proseguo seguendo lo stesso segnavia CAI in totale ambiente carsico sotto le pareti del Cergnala e Leupa e al bivio con il 636 che scende da Sella Leupa do’ sfogo a tutti i miei istinti masochistici per risalire anche questo bel troj carsico per massimizzare il dislivello in discesa, al tempo stare sotto i 900-100 metri per gita era quasi una vergogna. Della discesa sulla magnifica mulattiera del Poviz, percorso freeride oggi di moda, in quegli anni un po’ meno, non ho neanche una foto, video neanche a parlarne, ma ero talmente entusiasta del sentiero e dell’ambiente circostante che ho tirato dritto in piena bike trance fino a Sella Nevea, l’ho rifatto altre volte ma la prima non si scorda mai.

Traversata fantastica che completa con le precedenti gite un ideale trittico di Sella Nevea, su terreno che più carsico non si può, per l’ambiente paragonabile alla Premužiceva Staza del Velebit però più enduristica, certo che portarsi la bici in spalla per 700 metri, lo riconosco, non è da consigliare ad un frequentatore di bike park, se vuoi abbinare la visita alle incredibili pareti del Robon alla discesa del Poviz non hai però alternative a meno di ricorrere all’uso dell’elicottero, beato chi può.

 

 

621+620

Sempre in tema di epic trail d’annata eccone un altro e sempre in Val Raccolana che più All Mountain non si può, la traversata dai Piani del Montasio a Patoc sullo spettacolare e lunghissimo sentiero 621 con gran finale sul bellissimo 620 che scende a Chiusaforte. Diciamo subito che anche questo percorso esula qualcosina dai classici giri di mtb, si pedala ma ogni tanto tocca scendere dalla bici, ma non è detto, io l’ho fatto una volta nel 2007 e chissà in che condizioni potrà essere quest’anno. Partendo da Chiusaforte sono quasi 45 km, c’è da spippolarsi tutta la strada di Sella Nevea e a seguire la stradina per i Piani, divertimento assicurato per svariate mezze ore, dopodiché alle casere Pecol, adesso Agriturismo Malga Montasio, inizia la traversata vera e propria su un sentiero sempre spettacolare per le visioni che ci regala e a tratti letteralmente scavato nella roccia, qualche passaggio esposto ma fattibile con attenzione, non sembra finire mai quindi è bene partire all’alba per non far notte, pazzesco il senso d’isolamento unico e irripetibile sulle nostre alpi, alla fine della lunga giornata è un’esperienza che ti cambia la vita di biker, ci sarà un prima e un dopo Piani-Patoc, garantito.

 

Forca dei Disteis

E’ la prima volta che scrivo qui di una gita di tanti anni fa, del resto adesso è la prima volta di tante cose, stare settimane senza poter prendere la bici, caricarla in macchina e andarsene a zonzo per sentieri ti fa ricordare uscite in bici di secoli fa e pensi “ecco, là devo tornarci appena finisce ‘sto bordello”. Un po’ come prima di internet, blog e forum vari andavo in bagno sempre con la cartina Tabacco, i migliori giri nascevano seduti là  e so per certo che non ero l’unico a farlo.

La mia bici all’epoca era un’ Olympia-non-so-più-quale-modello, per me la prima full suspended, all’epoca veniva pubblicizzata nientemeno come “la bici ufficiale della nazionale taiwanese di mtb” e sticazzi, fattosta che nonostante il terribile telaio di rigidità pari allo zero l’ho portata in giro per le Alpi Carniche, Giulie, le Dolomiti e le ho fatto fare pure il giro del Monte Bianco, ai tempi non soffrivo di GAS, Gear Acquisition Syndrome tipica della mezza età e il mezzo si teneva per anni e anni finché non si disfava. L’ultima volta che l’ho cavalcata è stata appunto a Forca Disteis, non proprio un percorso inseribile in una guida di itinerari mtb, però famosa per le sciate primaverili fuori pista e senza dubbio una meta escursionistica a cinque stelle anche senza neve. Una mattina a buon’ora, era la fine di maggio del lontano 2003, partito da Sella Nevea direzione Piani del Montasio non sapevo ancora se mi sarebbe riuscito portare la bici a mano per i 700 metri di sentiero su in forcella, ma essendo ancora abbastanza giovane e testardo e nonostante la giornata un po’ grigetta alla fine con qualche fatica alla forca ci arrivai. Ai tempi giravo con una rudimentale fotocamera digitale e scattavo sì e no 5 foto a gita, mi bastava la classica cartolina della bici in cima e poi giù a manetta, si spiegano così le poche testimonianze fotografiche del periodo. Rivedendo quelle fatte a Forca dei Disteis mi sembrano ancora abbastanza interessanti, di sicuro da quelle parti non sono passate tante bici neanche negli anni seguenti, la cosa forse più bella durante la discesa sul bellissimo single track a zig zag appena accennati è che dovevo fare attenzione alle marmotte che facevano capolino dalle tane scavate proprio sul sentiero, povere bestiole.

Se la giornata fino all’arrivo ai piani del Montasio era stata senz’altro epica nella discesa finale da Casera Cregnedul di sopra a Sella Nevea sul temibile sentiero 625 si sarebbe consumato un piccolo grande dramma, un brutale impatto della gabbia del cambio su una roccia sporgente mi avrebbe distrutto il deragliatore posteriore e cosa pù grave anche il forcellino, era la prima volta che mi capitava una cosa del genere e il fattaccio nelle settimane seguenti mi fece decidere di cambiare bici e svenarmi per una bellissima Banshee tutta nera, la perdita dell’innocenza.

L’ho ritentata tanti anni dopo con la fat bike perché la volevo provare col fondo leggermente innevato ma era la fine di aprile e c’era ancora tanta neve, chissà, magari quest’anno fra un mese sarà la volta buona, coronavirus permettendo 



Pazza domenica

Avevo preparato il nuovo zaino fotografico high-tech da giorni, la fat bike pulita e pronta per la prima vera neve dell’inverno, i quattro giorni di ferie programmate finalmente arrivati per non parlare del meteo perfetto come non si vedeva da tempo, e invece niente, adesso la situazione è talmente grave che bisogna stare chiusi in casa contenti di non avere neanche una lineetta di febbre. Non posso non pensare alle scene di domenica scorsa sulle strade della Carnia: mentre io da solo in auto ero diretto al fondo della Val Pesarina per farmi un giro con la fat in posti in culo al mondo tutte le auto che avevo incrociato erano di sciatori diretti nelle varie località sciistiche ammucchiati dentro i loro bei suv bianchi tedeschi per ammucchiarsi ancora di più poi in fila per lo skipass, si è parlato di 10.000 persone sulle piste, una follia. La mia giornata sarebbe continuata con un giro abortito per la troppa neve ma non sono mancati altri incontri assurdi, tipo un anziano escursionista veneto che mi si è avvicinato a 50 cm per chiedermi che tipo di bici avessi e subito tenuto a distanza di sicurezza con risposta il più sbrigativa possibile, ma soprattutto l’incontro con due motoslittari nella bellissima piana di casera Campo dove io arrancavo nella neve alta 50 cm cercando di arrivare almeno alla casera e questi due fenomeni che mi giravano intorno in cerchi concentrici neanche fossimo a Nazca arando tutta la piana come dei bambini che non si stancano del loro nuovo giocattolo. Ma dico, invece di girare così a cazzo imparate da chi come in Scandinavia e Nord America con la motoslitta batte le piste per gli escursionisti a piedi, i fondisti e perché no i fatbiker, vi divertite lo stesso e fate qualcosa di utile.

Questi giorni di non far niente, no mtb, no sci, no camminate in montagna, no giri fotografici, saranno sicuramente duri da sopportare, io quattro anni fa ho fatto più di un mese a casa col gesso e posso dire di essermi allenato abbastanza. Tutti dicono che prima o poi ne usciremo, che niente sarà più come prima, beh, lo spero, magari non compreremo più una nuova bici ogni due anni, non andremo in vacanza con l’aereo, gireremo in città con le nostre bici high tech senza rischiare la vita attraversando una rotonda, magari lavoreremo meno sacrificando una parte del nostro stipendio, insomma, “vonde monadis”. Nel frattempo rimango in casa e metto a posto le foto.

 

Autunno in Fleons

Se l’ha detto Valter Bonatti quando l’ha vista la prima volta che la Val Fleons è una delle più belle valli delle Alpi sarà pur vero. Per noi biker friulani è la Travenanzes de noantri, una perfetta linea di discesa ad arco che dal passo Sesis ti catapulta giù fino a Pierabech 1300 metri più in basso, la classica gita da fare una volta all’anno. D’autunno è ancora più bella, le ombre del Più Chiadenis si allungano a coprire metà vallata già all’una del pomeriggio e se becchi una giornata senza una nuvola è uno spettacolo. Ad un anno esatto da Vaia è la prima volta che salgo la sterrata da Pierabech alle sorgenti del Piave e mi aspetta una piacevole sorpresa, forse l’unico aspetto positivo in tanta devastazione: per tutta la salita non sei più immerso nel bosco fitto ma la vista può finalmente spaziare su tutte le cime circostanti, verrebbe da dire, beh, grazie Vaia, non serviva tanta irruenza ma grazie lo stesso.