Lodin8

I giri a 8 per chi pratica mtb sono dei classici, accanto agli ultraclassici giri ad anello e a quelli, per chi ha poca fantasia, anda e rianda, tipo, non so, salita al rifugio Marinelli e discesa per la stessa strada, vabbè chi non li ha fatti all’inizio. Questo del Lodin è veramente una gita all’insegna della nostalgia, molto old school visto lo stato disastroso dei sentieri alluvionati e ridotti a solchi e scalini nell’erba, per non parlare della assurda strada forestale che ha rimpiazzato lo stupendo sentiero 454, quello che dal Passo Pecol di Chiaula ti guidava per 1000 metri in una delle più belle discese in Carnia fino a Casera Ramaz passando per il rifugio Fabiani. Siamo dalle parti di Cason di Lanza e il giro di anni fa meritava anche per la bella salita al Passo di Meledis e la traversata a nord del Lodin fino al Zollner See, quello che di solito si definisce un incantevole laghetto alpino, meta famosissima per i carinziani in cerca di fresco a ferragosto. Oggi non ci resta che usare l’odiata strada forestale per salire velocemente in quota preferibilmente in sella alle nostre ebike in modalità Turbo, giusto per far durare l’agonia della salita il meno possibile ;), e poi scorrazzare qua e là a piacere sulla cresta di confine, meglio se hai una birra e un panino nello zaino al posto delle barrette per la sosta al lago. In discesa l’alternativa al vecchio troj c’è, si chiama abbastanza pomposamente Sentiero dei Celti ma in tutta franchezza non è poi così mitico, sembra appena zappato nel bosco ripidissimo però nella parte alta è bello panoramico. Di questi tempi bisogna accontentarsi.

Moggio-Paularo-Moggio


La mia front non è cattiva, è solo che quando trova una discesa diventa esuberante e da’ tutto il meglio di se’ 😉 Ultimamente mi trovo bene a girare con il dmr trailstar, sarà che il telaio d’acciaio è più elastico dell’alluminio, sarà che va benissimo da rilanciare nelle salitelle, ma per fare gamba e macinare km va che è una meraviglia nonostante non sia una piuma, 13 kg è pur sempre un peso importante, ma la sektor a molla da 150 contribuisce alla massa…

La Moggio-Paularo-Moggio  è una pedalata di 65 km e 1700 metri di dislivello nata dalla mia fantasia neocicloturistica per calare la panza e, allo stesso tempo, passare svariate ore in bici in una bella e calda giornata d’estate. Come non pensare quindi alla traversata di Forca Turriee da Ovest a Est, affrontando in salita la terribile strada cementata da Dierico al Rifugio Chianeipade e scendendo per la mulattiera di Casera Forchiutta a Forca Griffon e poi per la sterrata a Bevorchians, velocissima e divertentissima con la front. A unire il punto di partenza con l’inizio della salita vera e propria c’è poi  tutta una serie di strade e stradine asfaltate/bianche a scarsa o scarsissima densità di traffico, la Moggio-Campiolo-Amaro, la Caneva-Casanova-Zuglio e la Cedarchis-Salino, che conferiscono alla gita quel sapore di pedalata in relax che fa tanto bene allo spirito. Se poi ti fermi ogni tanto a scattare qualche foto o mangiare un panino e farti una birretta va anche meglio che l’ansia da performance sportiva non abita qui. Full Is Dead? Non lo so, ma per il momento non sta tanto bene… 🙂

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Sentiero Dismesso N. 405

Quella dei sentieri abbandonati, dismessi o lasciati andare al proprio destino dopo l’ennesima alluvione è una storia lunga e tragica per noi biker, il fatto che coincida con delle discese memorabili che hanno rappresentato una tappa importante della propria “carriera” mtb è abbastanza deludente. Ieri però, nonostante i ravani che capitano in casi del genere, mi sono veramente divertito ad andare a cercare il percorso originale del sentiero cai 405 che scende dal monte Paularo a Zenodis di Treppo Carnico. Questa mitica discesa di 1300 e passa metri, che ai tempi ci vide protagonisti di cappottamenti da manuale in sella alle prime bici full rigid, “grazie” allla costruzione della strada che dalla frazione di Naunina sopra Paluzza porta alle case Valpudia, è stata ridotta a soli 800 metri di sentiero propriamente detto, anche meno se si considera l’allargamento del tratto finale dell’antica mulattiera, compromettendo definitivamente gli ultimi 500 metri , i più tecnici e divertenti per la ripidezza della traccia e per il fondo lastricato che metteva a dura prova avambracci e freni.

Per gli amanti dell’archeologia escursionistica che volessero cimentarsi in questa disavventura fare attenzione alle case che si incontrano ai 1180 metri di quota dove la mulattiera finisce e diventa una sterratona poco invitante: qui si deve andare a sinistra per la stradina che porta a due ex stavoli trasformati in villette per la domenica, oltrepassata la seconda si scende sulla sinistra per cinquanta metri nel bosco aperto fino a intravedere sulla destra il solco dell’antica mulattiera lastricata in qualche breve tratto invasa da rami e sterpaglie: il fondo è quello che è, ogni tanto bisogna anche scendere per aggirare gli alberi caduti ma le sponde naturali ci sono ancora e con una full moderna il rischio di divertirsi c’è tutto 😉 L’arrivo a Zenodis ha poi ancora quel sapore di vittoria sulla forza di gravità e – si può dire?- sulla stupidità dei responsabili di simili danni ambientali, perchè di questo si tratta, un sentiero del genere DEVE essere risistemato a costo di togliere soldi a qualche insulsa sterrata che non porta a niente.

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Val d’Incarojo Express

Mega giro old school, anzi no, giro che unisce idealmente il vecchio e il nuovo modo di fare mountainbike, mulattiere di guerra del ’15 trasformate in perfetti single track, salvo qualche brusca interruzione, salite difficili e con tratti esposti e discese da fare a manetta su terreno ideale in uno dei boschi più belli della Carnia, quasi un controsenso. Rimarranno delusi solo gli amanti del trial alla slovena, per intenderci, perchè i passaggi tecnici si trovano solo in due tratti in salita, dove bisogna procedere, un piede davanti l’altro con la bici in spalla, su un esile traccia esposta sopra frane da paura: è la terza volta che passo di qua e il sentiero è sempre più rovinato, dove nel 2009 si passava tranquilli adesso bisogna veramente fare attenzione, magari una sistematina ai sentieri ci starebbe anche, no?
Si parte dal ponte con parcheggio sotto Dierico, salita subito bastarda per arrivare al paese giusto per rompere il fiato, continuando su asfalto per il Rifugio Chianeipade. Passate le ultime case si prosegue per un po’ fino ad una costruzione dell’acquedotto sulla sinistra: prendere a sinistra la mulattiera senza segnavia che sale a zete sul fianco sud del M.Zouf, è una vecchia strada militare abbandonata pedalabile con una certa difficoltà – relativamente al mezzo e alla propria gamba- con belle viste sul Sernio e Torre Nuviernulis, è sotto queste cime, distanti in linea d’aria, che scenderemo alla fine del giro, tanto per farsi un idea di cosa stiamo per affrontare. La mulattiera ad un certo punto finisce, una vecchia frana gigantesca se ne è mangiata una bella fetta e non resta che affrontare la prima difficoltà della giornata: con attenzione, bici in spalla, bypassare il tratto franato sul sentierino striminzito e riprendere la mulattiera nel bosco più avanti come nulla fosse, qualche p%rc# magari ci scappa, ma vabbe’. In prossimità di una baita a sinistra conviene risalire il prato fino alla casetta e prendere la forestale bella larga a destra verso il Rifugio Chianeipade, ignorare la deviazione per quest’ultimo e continuare dritti per Casera Turriee. Per arrivare alla casera ad un bivio bisogna girare a destra per scendere sul letto del Rio Cullar, dove la strada ha termine, e prendere il sentiero 438 bici a mano che in 250 metri di salita porta alla Forca omonima, che oltre ad essere un posto stupendo ha pure una fontana di acqua freschissima per dissetarci a dovere. La prima salita è conclusa, come tempi siamo a metà giro e possiamo trastullarci per un po’ sui bellissimi prati pregustando la goduria della prima discesa che ci aspetta. Dalla casera guardando verso sud la cima del Cullar l’itinerario prosegue a destra sul 435 (a sinistra sul 435a si scende invece in Val Aupa, vedi mio post Ritorno al Futuro, 7 maggio 2011), e dopo i primi metri in saliscendi inizia un entusiasmante discesa mediamente tecnica ma veloce che oltrepassa Casera Forchiutta e continua fino alla sella di quota 1246 metri dove arriva la forestale dalla Val Aupa. Qui c’è la possibilità di chiudere più brevemente il giro scendendo a destra sul bel 434 direttamente al ponte sotto Dierico, ma sarebbe un peccato non continuare. Da qui si torna a pedalare, dritti, direzione sud, su ampia forestale con percorso a saliscendi fino a Forca Zof di Fau dopo aver passato anche Forca Griffon. È sempre il sentiero 435 a indicarci la via da seguire, di nuovo bici a mano, ma dopo poche centinaia di metri si giunge ad una minuscola selletta nel bosco dove il sentiero segnato gira a sinistra sull’altro versante: si deve invece proseguire dritti sulla mulattiera di guerra in piano, un po’ rovinata ma pedalabile, finchè inizia a scendere (notevoli le massicciate ben conservate) con bel percorso a zig zag fino a congiungersi col troj 437 che scende dal Foran de la Gjaline. Seguirlo in discesa a destra fino al bivio con il 437b che si ignora continuando invece a sinistra per arrivare, ormai fuori dal bosco, alla seconda zona disastrata della giornata. Ravanando sui torrenti in secca, bici in spalla quasi sempre, si ritorna nel bosco e si riprende il sentiero più o meno agibile, ma è solo un illusione, ci aspetta il passaggino finale infame quanto basta, e a seguire l’ultima risalita di dieci metri su troj quasi verticale però non più esposto: il colpo di grazia alle poche energie rimaste. E neanche a farlo apposta da qui in poi il 437 diventa pedalabile, e in un crescendo pazzesco si trasforma in una fantastica discesa, alternando prati bellissimi a toboga con sponde naturali da sogno che neanche il Monte Cucco, 400 metri da fare d’un fiato fino alle prime case di Dioor, e qui il sorriso inebetito di fine giro tipico del biker ti viene anche se non vuoi.

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