Monte Paularo

Sono veramente poche le gite di mtb di 1400 metri di dislivello in Friuli e il monte Paularo con la discesa a Treppo Carnico sul sentiero 405 è, anzi, era, una di queste. Purtroppo la costruzione di una ripidissima stradina asfaltata che sale da Paluzza alle case Valpudia proprio a ridosso del tratto più divertente della mulattiera lastricata ha fatto sì che questa venisse abbandonata, trascurata, invasa da schianti e non valorizzata come dovrebbe, ma si sa, se non c’è qualche malga, rifugio, agriturismo o funivia la viabilità antica non importa un fico secco a nessuno, ma allora tutta questa voglia di turismo lento, alternativo, e a misura d’uomo tanto sbandierata sa tanto di specchietto per i gonzi, money talks anche nelle terre carniche.

Consiglierei questa discesa? Non lo so, farsi una salita di 16 e passa km per 1400 metri di dislivello e sapere che il sentiero di discesa è di “soli” 900 metri diventa una scelta personale, alla fine si tratta di una gita d’ambiente alla scoperta di una zona delle Alpi Carniche poco frequentata e di grande suggestione per il senso d’isolamento e per l’interesse storico di questa antica mulattiera militare. A me piace tornarci ogni tanto, se poi si ha un’ebike tanto meglio, in agosto arrivare in cima alle 10 e mezza é una bella soddisfazione.

 

Cima Tulsti

No, non è in Finlandia ma in Val Resia, misteri del dialetto locale. Ieri dopo tre mesi di vita in pianura stavo scendendo il bel sentiero 631 che dalla zona di Pustigost scende a Sella Sagata e ad un certo punto ti vedo questo cartello che segnala una deviazione ad un piccolo cocuzzolo si presume panoramico che la Tabacco digital mi dà a poche centinaia di metri in linea d’aria, così giro la bici e spingo i 22 kg di alluminio e carbonio della Decoy su per il troj finché non arrivo a questa simpatica cimetta dal nome difficilmente memorizzatile. La giornata così così dopo le piogge non valorizzava a pieno la bella visuale di tutta la valle che avevo davanti, invece il sentiero non è stato niente male, come del resto tutto il 631. Ritornati a Sella Sagata si è quasi costretti a proseguire con percorso a saliscendi un po’ assurdo in quella che è una vera dilapidazione del dislivello accumulato in rapporto alla percentuale su sentiero di discesa fino agli Stavoli Ruschis per finire in bellezza con il superclassico 631a che mi ha riportato a S.Giorgio di Resia. Da verificare la discesa diretta a Prato segnalata da una tabella ma che sembra di dubbia fattibilità per via delle troppe interruzioni.

Non male come ripresa post covid, adesso manca il sole che spacca il didietro ai passeri e siamo a posto.

Il tornante più esposto del 631.
I cieli finti di Luminar sono sempre spettacolari.
Natura antropomorfa, il Nikkor 85mm AI a F2 in tutta la sua magnificenza.
Fioritura di tabelle in Val Resia.
Il bosco fitto di Sella Sagata.
Ta-na Piski.

 

 

 

Bici di campagna

Tra gli effetti secondari del post lockdown c’è anche la poca voglia di guidare l’auto, già per andare al lavoro la mattina ho infranto il mio personale tabù di non usare l’ebike in città, primo perché troppo esagerata per l’uso e secondariamente per non volerla lasciare incustodita per troppo tempo. Alla fine ho risolto con la mia nuova gravel, veloce per girare su asfalto e sterrato, leggera quanto basta per portarla a mano su per le scale del condominio, facilmente securizzabile legandola a pali e portabiciclette in giro per la città mentre nel frattempo il benzinaio frignava di nascosto e il portafoglio (e Greta) ringraziavano, il che non è niente male. Arriva la domenica e in questa Fase 2 potrei benissimo caricare l’endurona in auto e andarmene da qualche parte su in Carnia o nel Tarvisiano ma adesso che ho la gravel mi viene più naturale partire da casa in bici, cosa che in trent’anni di mtb avrò fatto due o tre volte in tutto, e girare per le stradine di campagna o quelle asfaltate meno frequentate alla scoperta delle colline e della pianura friulana d’inizio estate prima che arrivi il clima sahariano di luglio e agosto, è quello che alla fin fine fa la stragrande maggioranza dei ciclisti della domenica, li trovi di sicuro più facilmente in giro per Colloredo di Monte Albano che a Pustigost.

E’ nata così l’idea di una Udine-Pinzano-Udine che per metà avevo già provato con la fissa diversi anni fa ma stavolta in versione gravel per strade bianche e mulattiere di campagna alternate a stradine asfaltate a zero traffico, 40 km all’andata e altrettanti al ritorno, più di 700 metri di dislivello complessivo ma senza vere e proprie salite che con il monocorona mi sarebbero indigeste. Una bella  domenica in bici nella natura con sempre le montagne sullo sfondo in attesa della Fase 3 per una toccata e fuga in Dolomiti e sempre sperando che non ci sia una “Fase IV: Distruzione Terra”, al momento di formiche non se ne vedono.

Casera Canin 2007

La mia prima volta a Casera Canin nell’aprile 2007 l’ho fatta strana, un tipo del posto incrociato mentre guidava un mega trattore mi aveva sconsigliato il giro che mi ero prefissato Coritis-Casera Coot-Casera Berdo di sopra-Casera Canin per la troppa neve che in realtà come avrei verificato in seguito non c’era, ma si sa, i locali sono sempre gelosi nei confronti dei cittadini, e così avevo ripiegato per la camminata bici a mano per lo stesso sentiero di discesa, il 642 destinato a diventare un classico della Val Resia. Avendo una biciclettina xc leggera, una Jamis Dakar che mi ha accompagnato dappertutto fino alla rottura del telaio qualche anno dopo, non è stata poi questa grande impresa, 800 metri di dislivello ma a leggere il contakm a fine giro sembrava di non aver combinato niente, quel che conta è stato scoprire uno dei sentieri della mia personale Top Ten di ogni tempo.

Monte Forno

Era una di quelle domeniche d’ottobre che ti alzi, vedi la nebbiolina fuori dalla finestra e vorresti tornare a dormire, invece accendi il mac, vai sulla pagina delle webcam e scopri che sul Dreiländereck, cioè sul monte Forno, c’è un bel sole invitante e non puoi più accampare scuse. Credo di essere arrivato in cima verso le due del pomeriggio, non proprio un orario da montanari, e oltre a me, strano a dirsi, una sola coppia di escursionisti italiani, lui intento a fare foto mentre la moglie sembrava incuriosita dalla mia Banshee Scream. “Bella bici” mi dice, se uno mi rivolge un complimento del genere di solito non so cosa rispondere, anche niente, ma era una mora carina e simpatica e allora rispondo “Grazie!”, e ci stava anche un’esticazzi ma mi sono trattenuto. Vabbe’, se quel giorno potevo vantarmi mio malgrado di una top mtb per quanto riguarda l’attrezzatura fotografica credo di aver avuto la peggiore fotocamera digitale mai prodotta, una terribile Minolta Dimage X20 che una volta svenduta a qualcun’altro non ho mai rimpianto, la Banshee sì.

Monticello

C’è sempre stata una gita che per me segnava l’inizio della stagione estiva a fine aprile o inizio maggio ed in un certo senso la chiudeva a cavallo dei mesi di settembre ed ottobre, il Monticello o Montusel come piace ai locali, una cima isolata di soli 1360 metri sopra Moggio e la Val Aupa con una vista superlativa a 360° che ne fa una meta frequentatissima dagli escursionisti. La prima volta ci sono venuto a camminare con due amici e lungo il sentiero di salita c’era questo telaio arrugginito di bicicletta lasciato lì da qualche buontempone, mancava la Fatina Bionda di quel famoso video pubblicitario per trasformarla in una moderna e-bike, certo che scassandomi le ginocchia sul sentiero di discesa mi ero ripromesso di tornare con la mtb. Ho dovuto aspettare una decina di anni ma ne è valsa la pena, bello sia salire dal paese di Grauzaria e le minuscole frazioni di Badiuz e Borgo di Mezzo che da sud dal Borgo Travasans sopra Moggio Alto, più pedalabile la prima, dopodichè dalla forca con la cappelletta non si fa altro che seguire la stupenda mulattiera militare a pendenza costante, segnavia 421, che porta a pochi metri sotto la cima, non ricordo altre gite con un avvicinamento simile, poco distante dalla pianura ma in ambiente prettamente alpino. La discesa sull’altro versante sempre contrassegnata dal segnavia 421 è oggi un must fra i freerider friulani, ho letto di uno che è sceso un po’ troppo allegramente e su uno dei ripidissimi tornanti della parte alta è finito sul bordo del precipizio e salvato dal Soccorso Alpino, è un tratto che andrebbe affrontato con una certa attenzione anche se non sono necessari i leziosi nose press tanto di moda oggi, quelli lasciamoli ad Hans Rey, mio idolo assoluto. Qualche anno dopo qui ho girato uno dei miei primi video con l’antenata della gopro per gli attuali standard di infima qualità da me intitolato un po’ immodestamente Full Monti, uno dei miei primi post in questo blog se ricordo bene, visto adesso è inguardabile ma dà l’idea della ripidezza del sentiero, vero Alessandro?


Marchkinkele

Itinerario scoperto nei primi anni di mtb qualche anno dopo voglio ripeterlo da solo, è un settembre particolarmente piovoso e parto da Udine all’alba destinazione Dobbiaco, la mattina è fredda come quasi a novembre e la neve ha già fatto la sua prima apparizione sulle cime più alte. Ho vaghi ricordi della gita ma rivedendo le foto mi par di ricordare il freddo becco patito pedalando in salita, la sosta in cima limitata alle due-tre cose indispensabili, cambiarsi, mangiare qualcosa e un paio di foto, e la frettolosa discesa sul magnifico sentiero 1 nella lunare valle del Blankenbach con le mani congelate, se penso alla stessa discesa fatta l’anno scorso nello stesso mese ma 18 anni dopo è quasi la conferma scientifica del riscaldamento globale.

Giro straconsigliato della Val Pusteria, in italiano sarebbe il Cornetto di Confine, è il classico millino (=gita di 1000 metri di dislivello) da fare ogni estate-autunno, io l’avrò percorso 8-9 volte e lo conosco a memoria, però puoi sempre incontrare qualcuno come è capitato a me l’ultima volta che vedendoti arrivare in bici un po’ allegramente ad uno dei tanti tornantini del sentiero lui e consorte fermi con le bici a mano vuole darti il suo consiglio spassionato: “Fai attenzione qui!”.

Vajnež

Se confronto l’attrezzatura fotografica che mi porto ultimamente nello zaino, fra mirrorless, obiettivi, drone e gopro almeno 4 kg, e quella che avevo la mia prima volta sul Vajnež, un Sony Ericsson K750, il massimo dell’hightech dell’epoca per soli 100 grammi di peso, beh, di sicuro le foto erano penose, (quelle scattate in cima perse per mia ignoranza durante un aggiornamento del mac…) ma facevo molta meno fatica e per un giro di 1800 metri di dislivello il micro zainetto andava alla grande. Itinerario di grande bellezza per la varietà del terreno , i panorami a 360°, le discese rupestri e l’orientamento complicato che richiede una buona dose di adattabilità e decisione, alla partenza ero realmente preoccupato al punto da avere fotocopiato qualche foto in bianco e nero scaricata dal web e scattata nel punto d’imbocco della discesa di non facile individuazione, ma poi tutto si è risolto nel migliore dei modi, anzi, alla fine è stato entusiasmante. Nei 30 km di giro sono stati tanti i settori di single track memorabili, eccezionale il passaggio fra due muri di neve in stile Stelvio in un unico tratto dove il sentiero tagliava letteralmente in due i resti di una slavina gigantesca.

Ritornato più volte ma diversi anni dopo i lunghi tratti di strada asfaltata e alcune mulattiere devastate dalle ruspe hanno ridimensionato la bellezza del percorso, cocente delusione vedere “italianizzata” anche questa parte di Slovenia. Rimane comunque un itinerario interessante salvo i divieti sui sentieri per le mtb che in Slovenia non è tanto chiaro se vengano fatti rispettare o meno, forse basta andarci in un giorno feriale e da soli o in pochi. Da riprovare con l’e-bike di sicuro.

La Mulatjera

Nell’estate del 2006 mi venne la smania dei sentieri sloveni che ad eccezione dello Slavnik erano a me del tutto sconosciuti, e fu una vera impresa la ricerca di informazioni sul web al riguardo, alla fine l’unica fonte attendibile era il sito mtbture ad uso esclusivo dei madrelingua, e hai voglia a comprare un dizionario sloveno-italiano o usare il traduttore di google, metà  dei termini usati per noi impronunciabili avevano e hanno tuttora significati decisamente oscuri. In particolare non avevo mai sentito parlare della mulattiera di guerra che da Tolmino saliva al Krn/Monte Nero costruita dagli austriaci per rifornire il loro campo base ai piedi della Batognica ma le foto anche se di bassa qualità  mi incuriosirono al punto da tentare un’incursione “behind the enemy lines” per raccogliere informazioni di prima mano. Con la fotocopia di una approssimativa mappa della zona in tasca parto una mattina di giugno ad ore impossibili per sfuggire ai temuti controlli, lascio l’auto a Tolmino e inizio la salita per il bellissimo alpeggio delle Tolminske Raune, continuo nel bosco in direzione Rifugio Planina Razor dove non mi azzardo ad avvicinarmi e m’infilo letteralmente fra due giganteschi massi che segnano l’inizio di quella che per me sarà  sempre “LA Mulatjera”, percorso unico nel suo genere, una cengetta strappata alla roccia a picco sulla valle dove Storia e Natura si danno la mano per kilometri e kilometri, una vera Macchina del Tempo per rivivere un’esperienza di cento anni fa, strano riuscire ancora oggi a passarci abbastanza comodamente in mtb divertendosi pure. Dopo circa 7-8 km di traversata in saliscendi si inizia a scendere per facile e bel sentiero alla Planina Dobreniščica usata dai cacciatori locali che sembra non gradiscano per niente i biker di passaggio, meglio controllare da distanza e approfittare, come ho fatto realmente io, di una loro distrazione per passare di soppiatto, non si sa mai. Da qui ci sarebbero due possibilità : continuare con un tratto in salita fino alla testata della valle e scendere a sinistra a delle casermette diroccate (Prehodci) ed a una mulattiera quasi abbandonata in direzione sud nella solitaria Valle del Tolmino, oppure, consigliabile, si gira subito a sinistra per prati sulla traccia che diventa sentiero sassoso e abbastanza tecnico a tornanti nel bosco fino a oltrepassare un ponticello in pietra, siamo alle sorgenti del Tolmino e possiamo concederci un sorso d’acqua freschissima all’ombra dei faggi. A sinistra del ponte si prende un sentierino che costeggia il torrente e in breve si è sul bel prato davanti ad una curiosa casetta nel bosco, la planina Pod Osojnico, bisogna attraversare il terreno recintato della malga e si continua sulla larga mulattiera che con una breve salita arriva ad una selletta con cancello. I single track sono ormai alle nostre spalle, ci aspetta una discesa a Tolmino piuttosto lunga e tutta all’ombra all’inizio su sterrata ghiaiosa, poi lastricata e veloce, infine larga e asfaltata, aperta al traffico e con qualche tratto in contropendenza. Per concludere in bellezza, arrivati alle prime case in località Ralne, praticamente dove si ha l’impressione di essere finalmente tornati alla luce dopo tanta oscurità, prendere il sentiero subito a sinistra (tabella) che porta allle gole del Tolmino, Tolminka korita, e godersi così ancora 150 metri di bel sentiero nel bosco fitto e venire scodellati direttamente davanti alla biglietteria delle gole. Girando a destra sulla stradina asfaltata, dopo neanche 100 metri prendere a sinistra la mulattiera che attraversa i campi e arriva ad un cimitero di guerra austriaco, da dove non resta che seguire dritti la strada asfaltata per il centro di Tolmino. Superfluo aggiungere che se non ti fermi a bere una veliko pivo alla fine di questo memorabile giro non hai ancora capito niente dello spirito della mountain bike.

Giro del Poviz

Luglio 2007, stanco dei soliti giri una limpida mattina d’estate carico la bici in auto e parto per Sella Nevea con l’idea balzana di non dare neanche un colpo di pedale in salita, ma neanche prendere la funivia del Canin che era la cosa più logica da fare. Quindi, caricata la bici in spalla, salgo per il sentiero 637 fino sotto le avveniristiche pareti del Robon, arrivo alla conca sotto il bivacco Modonutti-Savoia e proseguo seguendo lo stesso segnavia CAI in totale ambiente carsico sotto le pareti del Cergnala e Leupa e al bivio con il 636 che scende da Sella Leupa do’ sfogo a tutti i miei istinti masochistici per risalire anche questo bel troj carsico per massimizzare il dislivello in discesa, al tempo stare sotto i 900-100 metri per gita era quasi una vergogna. Della discesa sulla magnifica mulattiera del Poviz, percorso freeride oggi di moda, in quegli anni un po’ meno, non ho neanche una foto, video neanche a parlarne, ma ero talmente entusiasta del sentiero e dell’ambiente circostante che ho tirato dritto in piena bike trance fino a Sella Nevea, l’ho rifatto altre volte ma la prima non si scorda mai.

Traversata fantastica che completa con le precedenti gite un ideale trittico di Sella Nevea, su terreno che più carsico non si può, per l’ambiente paragonabile alla Premužiceva Staza del Velebit però più enduristica, certo che portarsi la bici in spalla per 700 metri, lo riconosco, non è da consigliare ad un frequentatore di bike park, se vuoi abbinare la visita alle incredibili pareti del Robon alla discesa del Poviz non hai però alternative a meno di ricorrere all’uso dell’elicottero, beato chi può.