Sella Bieliga

Superclassica adatta ai principianti della mtb, tutta su stradine asfaltate, cementate e sterrate senza neanche un metro di singletrack ma che ha dalla sua l’incomparabile bellezza ambientale e i panorami stellari sullo Jof di Montasio, l’ho rifatta di recente come “ripiego” dopo un assaggio del sentiero 601 che scende a Pontebba da Casera Jeluz tutto fuorché invitante, e allora ho deviato per il più soleggiato e accogliente versante della Val Dogna anche per un altro valido motivo: mi sono ricomprato una Pana FZ1000 usata, già avuta in passato, e volevo testare il 590mm sulle torri del Montasio e direi che ne è valsa la pena, e per quelli che in montagna fotografano col cellulare la mia più sincera, autentica, buddistica compassione.

Palmieri Revenge

Come i bambini aspettano la notte di Santa Lucia, o San Nicolò o la Befana, quello che è, così ogni anno io aspetto settembre-ottobre per fiondarmi a Cortina d’Ampezzo nel più grandioso bike park naturale del mondo, e per bike park non intendo quelli con i manufatti in legno. Il rifugio Palmieri ha sempre rappresentato, dagli anni giovanili delle prime settimane “verdi” a Cortina, il mio peggiore incubo di biker, tanto che una volta ho avuto una vera e propria crisi di nervi, la famosa sindrome del Quarto Giorno (di Fatiche), a momenti giravo la bici a 180° per tornarmene a valle e abbandonando i miei compari divertiti a guardarmi così alterato.  Bisogna sapere che questa salita non è sempre stata asfaltata come oggi, era proprio una sterrata micidiale ammazza gambe dal fondo molto sconnesso, divertente in discesa ma non nell’altro senso. Per anni nella mia compagnia di bici parlare di “Palmieri” era cosa vietatissima in mia presenza. E’ con una certa soddisfazione che l’altro giorno l’ho fatta con la ebike abbastanza agevolmente, però la pendenza mi ha ancora adesso impressionato, non mi entrava neanche il 37 dietro e sono dovuto pure scendere in un tratto, ma che iene eravamo a 30 anni???

Naturalmente la gita non deve considerarsi terminata al rifugio, c’è da salire, stavolta con molta più facilità, alla Forcella Ambrizzola e possibilmente continuare fino alla Forcella Col Duro per godersi un panorama esagerato sulla mitica Triade di Antelao, Pelmo e Civetta in un colpo solo, senza dimenticare i Lastoi di Formin e la sagoma addolcita del Mondeval, non so se mi spiego, siamo nel mezzo delle più belle montagne al mondo.

Ridiscesi al Palmieri ci aspetta il sentiero 431, tipica mulattiera cortinese nel bosco, bella e veloce senza problemi  fino al bivio con il 428, io ho continuato a sinistra sul 431 che poi peggiora diventando viscido, scavato dall’acqua e abbastanza assurdo per gli standard del posto, ma niente che possa minimamente intaccare la riuscita della gita, e poi a seguire una serie di sentieri e stradelle fino a Zuel con visita finale al trampolino olimpico del 1956, grande esempio di archeologia industriale montana. Qui doveva esserci l’ultimo sentiero della giornata per arrivare all’auto ma gli schianti nel bosco mi hanno tolto di bocca la famosa ciliegina sulla torta, peccato. In conclusione di giornata scena abbastanza surreale: mentre scendo a piedi con la bici a mano fra l’erba alta nelll’ultima parte dello scivolo sotto il trampolino un ragazzo da solo nel campo di calcio sottostante tira calci al pallone in porta.

Le giornate di bici a Cortina non sono mai banali.

Lander Gerät

Probabilmente il Sentiero dell’Anno, ha tutto quello che personalmente chiedo ad una discesa in mtb: mulattiera nel bosco a “U” con le sponde scavata dai nostri avi sui fianchi della montagna e larga il giusto per il trasporto con gli animali, gradini naturali formati da pietre e radici alti quanto basta e senza l’effetto voragine che certe volte si presenta inaspettatamente nelle discese davanti la ruota anteriore, in altre parole il massimo del divertimento senza nessun effetto collaterale, perché, come dice il saggio, “I don’t like complications, the same in mountainbiking”. Mi riferisco al corto ma spettacolare sentiero 408 che dal bivacco Lander (chiuso causa Covid-19), nelle vicinanze dei famosi campanili di terra omonimi, scende con classico percorso a tornanti a Piano d’Arta, abbastanza frequentato dagli escursionisti e quindi in ottime condizioni ad eccezione di qualche schianto da superare a piedi, cosa abbastanza comune dopo Vaia. Certo che se qualche volontario armato di motosega volesse passare una giornata da quelle parti noi biker non ci opporremmo, anche il discorso fatto pochi giorni fa sull’uso creativo della dinamite non sarebbe tanto fuori luogo.

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Qualche tempo fa un famoso Direttore di un famigerato forum di mtb scriveva che il formato delle gomme plus, cioè quelle larghe dai 2,8” ai 3” che si vedevano alcuni anni fa in genere sulle bici enduro da 27,5, era ormai morto e sepolto e sostituito dal passaggio alle 29 con gomme più strette, massimo 2,5”, tutto per migliorare la guidabili, bla, bla. Bene, giusto perché sono abbastanza testardo e non credo a tutto quello che si legge in giro sono invece passato sulla Decoy al 2,8” con i Vigilante anche sulla ruota anteriore da 29 formando una coppia perfetta con la ruota posteriore da 27,5 già montata di serie con la 2,8”, e credo di aver fatto bene, anzi benissimo, adesso la mia Decoy + passa impavida su tutto e si fa un baffo delle regole stabilite dagli “influencer” che, strano a dirsi, anche nel settore bike esistono eccome, sono solo un po’ meno avvenenti.  Per non parlare di quelle ciofeche dei freni Sram finiti in discarica e rimpiazzati dai potentissimi Saint, è nato così oggi il nickname germanico della mia bici, Lander Gerät, l’Apparecchio ideale per un sentiero come quello del Lander.

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Negli ultimi mesi post lockdown ho dovuto affrontare un piccolo grande problema personale, non ho mai avuto sotto il culo migliore bici della Decoy, bici che mi fa risparmiare tantissima fatica nelle salite cosicché quando si tratta di scendere sono sempre fresco come una rosa e allo stesso tempo in discesa invoglia a non fermarsi, quindi addio foto, video e passatempi simili, d’altronde o ti diverti con la bici o stai ore a smazzarti con la Z6, il Tokina 17, l’85 F2, il Mavic 2 Pro e gingilli vari. Una volta tanto mi sembra proprio azzeccato lo slogan ufficiale della YT, “Send It”, un po’ come dire: “Bùtile!”.

Slenza + Glazzat

Sopralluogo ferragostano nella solitudine più totale sul quasi dismesso ma sempre intrigante sentiero 429 dello Slenza, ripulito in parte due anni fa da chi scrive quest’anno con qualche nuovo schianto e un paio di ometti pietosamente eretti da qualche volenteroso escursionista, certo che a sistemarlo integralmente ci vorrebbe un po’ di nitroglicerina. Ogni volta che passo di lì mi immagino passerelle sopra i sassi muschiosi, sponde appena accennate giusto per stare in traettoria e qualche allargamento nei tratti più stretti, sarebbe il nostro mini northshore dietro casa, ah, già, è vero, adesso abbiamo la Matadown e bisogna farcela bastare. Arrivato giù alle Case Fortin alla mezza con ancora due tacche della batteria non mi restava che salire a Sella Cereschiatis, prendere la stradina di Malga Glazzat, tutt’altro ambiente, questa sì frequentata dai domenicali in libera uscita, e spararmi metà sentiero 434 in discesa a Frattis, anche lì qualche nuovo schianto ma troi sempre bello e divertente, 1400 metri di dislivello complessivo di cui almeno 950 di single track più o meno ortodosso.

Film del giorno: Sorcerer (1977) di William Friedkin, ovvero come usare la dinamite in modo creativo.

209+223=…

Devo ammetterlo, non sono mai stato un grande fan di Forni di Sopra come spot di mountain bike, ho sempre associato questo posto a luogo di villeggiatura di coppie stagionate, fungaioli e braciolari della domenica, abbiamo tutti qualche preconcetto che ci condiziona, il famoso halo effect, ma si può sempre ravvedersi. Grazie all’informatissimo per tutte le vicende carniche sito di Calcarea scopro questi per me nuovi sentieri che da Casera Tragonia scendono quasi paralleli nel bosco, più roccioso il primo e più flow il secondo ma entrambi molto divertenti e impegnativi il giusto, non offrono chissà quali panorami, anzi, non ne offrono proprio, diciamo che una volta tanto la mirrorless la lasci volentieri nello zaino perché ti stai troppo divertendo a guidare la bici e non vorresti fermarti più. Il brutto è che una volta arrivati in paese ti sembra tutto finito troppo presto, 900 metri bruciati in un niente, certo, puoi sempre ritornare alla casera e rifare uno dei due sentieri, ma, ed è un grosso MA, la salita è quanto di più ripido esista in terra e senza bici elettrica non so se l’avrei mai tentata e con le batterie attuali 1800 metri te li sogni, una scusa per tornarci un’altra volta per poi passare in birreria.

Il giro ideale di una mattina quando vuoi essere a casa presto, la moglie ti aspetta a pranzo, devi tagliare la legna per l’inverno o, chessò, portare il gatto dal veterinario, quelle cose lì insomma.

 

 

Monte Paularo

Sono veramente poche le gite di mtb di 1400 metri di dislivello in Friuli e il monte Paularo con la discesa a Treppo Carnico sul sentiero 405 è, anzi, era, una di queste. Purtroppo la costruzione di una ripidissima stradina asfaltata che sale da Paluzza alle case Valpudia proprio a ridosso del tratto più divertente della mulattiera lastricata ha fatto sì che questa venisse abbandonata, trascurata, invasa da schianti e non valorizzata come dovrebbe, ma si sa, se non c’è qualche malga, rifugio, agriturismo o funivia la viabilità antica non importa un fico secco a nessuno, ma allora tutta questa voglia di turismo lento, alternativo, e a misura d’uomo tanto sbandierata sa tanto di specchietto per i gonzi, money talks anche nelle terre carniche.

Consiglierei questa discesa? Non lo so, farsi una salita di 16 e passa km per 1400 metri di dislivello e sapere che il sentiero di discesa è di “soli” 900 metri diventa una scelta personale, alla fine si tratta di una gita d’ambiente alla scoperta di una zona delle Alpi Carniche poco frequentata e di grande suggestione per il senso d’isolamento e per l’interesse storico di questa antica mulattiera militare. A me piace tornarci ogni tanto, se poi si ha un’ebike tanto meglio, in agosto arrivare in cima alle 10 e mezza é una bella soddisfazione.

 

Cima Tulsti

No, non è in Finlandia ma in Val Resia, misteri del dialetto locale. Ieri dopo tre mesi di vita in pianura stavo scendendo il bel sentiero 631 che dalla zona di Pustigost scende a Sella Sagata e ad un certo punto ti vedo questo cartello che segnala una deviazione ad un piccolo cocuzzolo si presume panoramico che la Tabacco digital mi dà a poche centinaia di metri in linea d’aria, così giro la bici e spingo i 22 kg di alluminio e carbonio della Decoy su per il troj finché non arrivo a questa simpatica cimetta dal nome difficilmente memorizzatile. La giornata così così dopo le piogge non valorizzava a pieno la bella visuale di tutta la valle che avevo davanti, invece il sentiero non è stato niente male, come del resto tutto il 631. Ritornati a Sella Sagata si è quasi costretti a proseguire con percorso a saliscendi un po’ assurdo in quella che è una vera dilapidazione del dislivello accumulato in rapporto alla percentuale su sentiero di discesa fino agli Stavoli Ruschis per finire in bellezza con il superclassico 631a che mi ha riportato a S.Giorgio di Resia. Da verificare la discesa diretta a Prato segnalata da una tabella ma che sembra di dubbia fattibilità per via delle troppe interruzioni.

Non male come ripresa post covid, adesso manca il sole che spacca il didietro ai passeri e siamo a posto.

Il tornante più esposto del 631.

I cieli finti di Luminar sono sempre spettacolari.

Natura antropomorfa, il Nikkor 85mm AI a F2 in tutta la sua magnificenza.

Fioritura di tabelle in Val Resia.

Il bosco fitto di Sella Sagata.

Ta-na Piski.

 

 

 

Le dieci più belle discese

Quant’è difficile racchiudere in una striminzita top ten le discese più belle di tanti anni di mtb, ma ci provo lo stesso anche grazie all’invito di qualcuno che inspiegabilmente segue con interesse i miei post, grazie Mauro! Nella lista ci sarà per forza anche qualche discesa estratta da traversate di più giorni, per tutte le info pratiche si rimanda ai vari ( e veri) siti di itinerari, a differenza del mio che non lo è, volendo basta una cartina Tabacco e le soluzioni si trovano sempre.

Ecco la mia lista, non definitiva e non immutabile, beninteso.

Krn. Monte Nero in italiano, la N.1 delle discese alpine, consigliabile a fine agosto-inizio settembre negli anni quando era possibile fare, adesso tutta la zona del parco è off limits per le bici. Era una bella sfacchinata se si partiva da Tolmino, si costeggiava all’alba l’Isonzo nella nebbia mattutina, si saliva al paese omonimo e alla Planina Kuhninja dove volendo si poteva piazzare furbescamente una seconda auto e poi si doveva spingere la bici a mano per tutta la piramide erbosa fino alla selletta tra Monte nero e Monte Rosso, 1000 metri tondi tondi. Riprese le forze iniziava la fantastica traversata in ambiente lunare alla sella Prehodci, una serie di tornantini belli esposti e il lungo traverso in bella esposizione anch’esso fino alla Planina Dobreniščica dove si perdeva finalmente quota per toccare il fondovalle nei pressi delle sorgenti del Tolmino. Il ritorno all’auto sembrava non dovesse finire più per mulattiere, stradine asfaltate e il sentiero finale che ti catapultava giusto davanti alla biglietteria delle gole dove avevi la sensazione di essere un astronauta appena ammarato dopo una missione nello spazio. Una volta arrivati a Tolmino seduto a berti una Lasko sapevi già che quella appena trascorsa era una giornata di montagna che non te la saresti mai più dimenticata.

Vallone dello Sciliar. La Val Gardena offre un numero incredibile di gite superlative ma la discesa nella forra dello Sciliar fino ai Laghetti di Fie’ sul segnavia n.1 è qualcosa di immaginabile solo nei sogni bagnati del biker più arrapato, kilometri di sentieri e mulattiere da godere fino all’ultimo metro e quando è finita ti trovi 1500 metri più in basso incredulo di quello che hai appena concluso. Lo stesso avvicinamento al rifugio Bolzano non è da meno, partendo da Ortisei con o senza l’aiuto degli impianti si raggiunge il Passo Alpe di Tires e il suo confortevole rifugio dove è possibile spezzare la gita in due giorni, si continua in leggera discesa ai piedi della Cima di Terrarossa e con un breve tratto di bici in spalla si risale all’Altopiano dello Sciliar per poi lanciarsi a tutta su bellissima e veloce mulattiera al rifugio Bolzano e senza un attimo di pausa giù nella forra dello Sciliar, una giornata così non te la dimentichi più. Ah, una volta arrivati ai Laghetti di Fiè quando ti sembra di non averne più ci sarebbe anche la possibilità di rientrare ad Ortisei per un’altra serie di sentieri, il 2 e l’11 fino a Siusi e il 7 dal Passo Pinei giù ad Ortisei, così giusto per dovere di cronaca, nulla vieta di fermarsi un’altra notte a Siusi e rilassarsi in mezzo a montagne di tale bellezza.

Val Travenanzes. La Madre di tutte le Valli Alpine, come si fa a vietarla alla bici, capirai che danni ambientali a  scendere in pochi alla volta. Resta il fatto che fuori stagione si passa agevolmente, alla fine tutti contenti, amen. Se non l’hai mai fatta cosa aspetti?

Discesa dal Lovćen a Kotor. Siamo in Montenegro, non proprio dietro l’angolo ma questa è troppo bella ed entra di diritto nella mia top ten, in 15 km di sentieri scendi 1700 metri di quota dal mastodontico mausoleo sul cocuzzolo del Lovcen alla baia di Kotor, dalla montagna al mare come dovrebbero essere tutti i sentieri del mondo, se vivessimo in un mondo perfetto, devi sobbarcarti un viaggio di 1000 km ma ne vale la pena.

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Similaunhütte. E’ una tappa del giro del Similaun, dalla Martin Busch Hütte in Austria a Vernago in Val Senales, il tratto più spettacolare del tour con l’attraversamento del ghiacciaio del Similaun che anche in agosto richiede un minimo d’attrezzatura d’alta quota, è il punto più alto mai raggiunto da me con la bici, 3019 metri. Discesa alpina super, peccato la giornata nuvolosa e piovigginosa che ci ha tolto qualcosina ma a quelle quote ci sta, se si scende fino a Certosa/Karthaus si arriva a 1700 metri di downhill, se non ti basta puoi continuare fino a fondo valle ma non fermarsi una notte in Senales è quasi un delitto.

 

Val Fleons. La nostra piccola Travenanzes, bella in estate e ancor più bella in autunno, come si fa a non tornarci ogni anno quasi a scandire il corso degli anni – e delle bici – che passano, non ti delude mai.

Casera Canin. Un angolo di paradiso della Val Resia, salita da Casera Coot con qualche tratto a spinta e discesa sul sentiero 642 a Coritis, una super classica.

 

Val Sassovecchio. La discesa più bella sotto le Tre Cime di Lavaredo, una volta era più facile ma l’acqua ha scavato il sentiero nella parte bassa e il grado di difficoltà è salito, serve una buona forca da 160 e buoni avambracci, puoi sempre fermarti ogni tanto a scattare una foto, se non le fai qui dove se no.

 

Hexenscharte. Lungo itinerario a cavallo fra Alto Adige e Austria, si parte da San Martino in Casies fino alla verdissima Gsieser Törl, si scende per il sentiero dedicato alle mtb alla Blindis Alm, sosta consigliata, e quindi al paesino di Maria Hilfe, si risale a sinistra su asfalto a Passo Stalle dove si rientra in territorio italiano e con percorso un po’ pedalato e qualche tratto a spinta si punta alla Hexenscharte da dove si rientra in Val di Casies. Escursione di grande bellezza per la varietà dei panorami con qualche single track da antologia però più adatta ai tipi contemplativi che ai freerider.

Slavnik. Montagnetta di soli 1000 metri a pochi kilometri dal confine italo-sloveno di Pese famosa per il bellissimo single track carsico che scende a Prešnica e per gli gnocchi al goulasch del rifugio in cima, fra i due non saprei quale scegliere.

Bici di campagna

Tra gli effetti secondari del post lockdown c’è anche la poca voglia di guidare l’auto, già per andare al lavoro la mattina ho infranto il mio personale tabù di non usare l’ebike in città, primo perché troppo esagerata per l’uso e secondariamente per non volerla lasciare incustodita per troppo tempo. Alla fine ho risolto con la mia nuova gravel, veloce per girare su asfalto e sterrato, leggera quanto basta per portarla a mano su per le scale del condominio, facilmente securizzabile legandola a pali e portabiciclette in giro per la città mentre nel frattempo il benzinaio frignava di nascosto e il portafoglio (e Greta) ringraziavano, il che non è niente male. Arriva la domenica e in questa Fase 2 potrei benissimo caricare l’endurona in auto e andarmene da qualche parte su in Carnia o nel Tarvisiano ma adesso che ho la gravel mi viene più naturale partire da casa in bici, cosa che in trent’anni di mtb avrò fatto due o tre volte in tutto, e girare per le stradine di campagna o quelle asfaltate meno frequentate alla scoperta delle colline e della pianura friulana d’inizio estate prima che arrivi il clima sahariano di luglio e agosto, è quello che alla fin fine fa la stragrande maggioranza dei ciclisti della domenica, li trovi di sicuro più facilmente in giro per Colloredo di Monte Albano che a Pustigost.

E’ nata così l’idea di una Udine-Pinzano-Udine che per metà avevo già provato con la fissa diversi anni fa ma stavolta in versione gravel per strade bianche e mulattiere di campagna alternate a stradine asfaltate a zero traffico, 40 km all’andata e altrettanti al ritorno, più di 700 metri di dislivello complessivo ma senza vere e proprie salite che con il monocorona mi sarebbero indigeste. Una bella  domenica in bici nella natura con sempre le montagne sullo sfondo in attesa della Fase 3 per una toccata e fuga in Dolomiti e sempre sperando che non ci sia una “Fase IV: Distruzione Terra”, al momento di formiche non se ne vedono.

Il giro preferito dietro casa 3

Pensieri sparsi del primo sabato post lockdown. Ci son due tipi di persone per il modo di come sono usciti da questa lunghissima quarantena del coronavirus, quelli che sono coscienti del cambiamento epocale che stiamo vivendo e quelli invece che inconsapevoli vivono ancora negli stereotipi della vita di sempre, l’imortanza delle apparenze, la frenesia, il lamentarsi di tutto, pensare solo ai soldi. Prendiamo il signor C., il mio vicino di casa che oggi vedendomi scendere dal primo piano con la bici in spalla attacca una tiritera sul fango e lo sporco che secondo lui spargo qua e là sulle scale, io non rispondo neanche tanto sono concentrato sul primo giro in mtb dopo 54 giorni d’isolamento, solo quando sono in strada mi scappa un “ma va’ a cagare” che grazie alla mascherina che indosso spero non abbia sentito.

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Mezz’ora dopo sono lì che pedalo in mezzo ai campi, tanti a camminare, correre o in bici ed è evidente la voglia in tutti di stare finalmente all’aria aperta e al sole e tanti, nonostante la mascherina, accennano un saluto, cosa rara solo qualche mese fa quando ognuna stava un po’ per i fatti suoi.

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Grazie motars! Verrebbe da dire dopo aver scoperto in colpevole ritardo che anche nel territorio comunale di Udine esistono preziosi single track preparati e frequentati dagli enduristi lungo l’argine del Torre che adesso come adesso sono la nostra ancora di salvezza, divertenti quanto basta per passare due ore vicino casa senza spostarsi con l’auto e complice la stupenda giornata di sole primaverile mi sono sembrati belli quanto quelli delle nostre montagne. Montagne che prima o poi bisognerà tornare a frequentare, vero Fedriga?