Sella Bieliga

Superclassica adatta ai principianti della mtb, tutta su stradine asfaltate, cementate e sterrate senza neanche un metro di singletrack ma che ha dalla sua l’incomparabile bellezza ambientale e i panorami stellari sullo Jof di Montasio, l’ho rifatta di recente come “ripiego” dopo un assaggio del sentiero 601 che scende a Pontebba da Casera Jeluz tutto fuorché invitante, e allora ho deviato per il più soleggiato e accogliente versante della Val Dogna anche per un altro valido motivo: mi sono ricomprato una Pana FZ1000 usata, già avuta in passato, e volevo testare il 590mm sulle torri del Montasio e direi che ne è valsa la pena, e per quelli che in montagna fotografano col cellulare la mia più sincera, autentica, buddistica compassione.

Vajnež

Se confronto l’attrezzatura fotografica che mi porto ultimamente nello zaino, fra mirrorless, obiettivi, drone e gopro almeno 4 kg, e quella che avevo la mia prima volta sul Vajnež, un Sony Ericsson K750, il massimo dell’hightech dell’epoca per soli 100 grammi di peso, beh, di sicuro le foto erano penose, (quelle scattate in cima perse per mia ignoranza durante un aggiornamento del mac…) ma facevo molta meno fatica e per un giro di 1800 metri di dislivello il micro zainetto andava alla grande. Itinerario di grande bellezza per la varietà del terreno , i panorami a 360°, le discese rupestri e l’orientamento complicato che richiede una buona dose di adattabilità e decisione, alla partenza ero realmente preoccupato al punto da avere fotocopiato qualche foto in bianco e nero scaricata dal web e scattata nel punto d’imbocco della discesa di non facile individuazione, ma poi tutto si è risolto nel migliore dei modi, anzi, alla fine è stato entusiasmante. Nei 30 km di giro sono stati tanti i settori di single track memorabili, eccezionale il passaggio fra due muri di neve in stile Stelvio in un unico tratto dove il sentiero tagliava letteralmente in due i resti di una slavina gigantesca.

Ritornato più volte ma diversi anni dopo i lunghi tratti di strada asfaltata e alcune mulattiere devastate dalle ruspe hanno ridimensionato la bellezza del percorso, cocente delusione vedere “italianizzata” anche questa parte di Slovenia. Rimane comunque un itinerario interessante salvo i divieti sui sentieri per le mtb che in Slovenia non è tanto chiaro se vengano fatti rispettare o meno, forse basta andarci in un giorno feriale e da soli o in pochi. Da riprovare con l’e-bike di sicuro.

Premužić Trail

LENTO E’ BELLO

Il bikepacking altro non è che la versione fuoristrada del cicloturismo ed è uno dei modi più lenti per viaggiare, camminata a piedi a parte, anche se spesso le due cose coincidono ma su questo ci torneremo dopo. La traversata del Velebit, la catena montuosa lunga 145 km più famosa della Croazia con le sue cime di 1700 m con spettacolare vista sulle isole del Quarnaro e una infinita rete di sentieri, è sempre stato un mio pallino e quest’anno con Stefano abbiamo progettato in tutti i dettagli il bike trip. Il più famoso di questi sentieri in quota è il Premužić Trail, in croato Premužićeva Staza, 57 chilometri di mulattiera rocciosa strappata alle rocce carsiche del Velebit settentrionale, “una vera opera d’arte della muratura a secco” come viene definita dalla guida “Escursionismo in Croazia” di Alan Čaplar, la bibbia per chi vuole avventurarsi da quelle parti. E’ stato progettato dall’ingegnere omonimo e costruito in tre anni dal 1930,  si sviluppa longitudinalmente da nord a sud tra i 950 e i 1500 metri di quota, ma, ed è un grosso MA, è vietato alle mtb, almeno così sembra dalle poche notizie che arrivano dal web. Sappiamo benissimo tutti che a volte è sacrosanto bloccare le orde di rider più o meno free sui sentieri con facile accesso in auto, ma noi contiamo sull’approccio soft da bikepacker appunto, io poi con la fat carica come non mai, per cui ad un eventuale incontro con i guardaparco contiamo di cavarcela con le nostre innate buone maniere, o alla peggio la faccia da fesso, l’importante è non lasciare sgarfate, non sporcare l’ambiente e dare precedenza ai pedoni, tutte cose che facciamo normalmente. Decisi a traversare il Velebit dal rifugio Zavizan alle gole di Paklenica mancava da decidere come ritornare a riprendere le auto e allora perché non continuare in modalità cicloturistica sulle strade asfaltate ancora non trafficate in maggio all’isola di Pag, risalirla e andare a prendere il traghetto per la terraferma chiudendo così il giro.

Selfie a Sveti Jurai (foto di Stefano Lavia)

VIETATO VIETARE

Lasciata un’auto strategicamente sulla costa al delizioso paese di Sveti Jurai, una kona, la posta, la capitaneria di porto e quattro case in tutto, sabato all’una e mezza siamo con la seconda auto al parcheggio dello Zavizan a 1500 metri, il borino che ci accoglie appena usciti dall’auto ci fa capire subito che l’estate è ancora là da venire, mettiamo il pile leggero e si parte. La stradella iniziale è quasi pianeggiante, i turisti vanno tutti al rifugio 50 metri sulla cimetta sopra di noi, giriamo un costone e troviamo la neve, ok niente crema solare e maglietta con le maniche corte oggi. All’inizio del sentiero la tabella riporta tutta la serie dei divieti classici presenti in tutti i parchi del mondo, toh, c’è anche la mtb, vabbe’ andiamo a mano i primi metri… ma solo i primi metri perché poi non si può non salire in sella e pedalare sul fantastico trail in piano nel bosco con il fondo compattissimo di terra rossa.

Sul biglietto d’ingresso al parco non c’è nessun divieto alle bici

il promettente inizio del Premužić Trail

BASIC BIKE

Stefano è preoccupato, io dopo anni di Travenanzes e Krn vietati sento meno la pressione, e diciamolo, fa più danni un grassone di 100 chili con le suole in vibram, senza offesa per i grassoni beninteso, anch’io ho la fat! L’ambiente diventa ben presto quello carsico tipo Canin per intenderci, solo che qui tranne qualche breve tratto a piedi si può quasi sempre pedalare e lo spettacolo attorno è semplicemente grandioso, se ami i terreni carsici devi venirci almeno una volta nella vita. Gli escursionisti che incontriamo e salutiamo col nostro stentato “Doberdan” sono tutti sorridenti, anzi curiosi di queste strane gomme che monto, nessuno ci rimprovera o ci grida contro come capita a volte in Friuli e Slovenia.

E il primo bivacco è occupato, contenti? (foto di Stefano Lavia)

Al bel bivacco Rossijevo dove contavamo di dormire dopo la prima mini tappa ci sono altri 6-7 ragazzotti arrivati con zaini mastodontici, sono le 4, il bivacco ha solo 6 posti e dopo un rapido calcolo decidiamo di continuare per il rifugio Alan, in fondo sono solo altre 4 ore, alle 8 si cena! Questo sarò il leitmotiv del giro, come dei tanti giri fatti assieme a Stefano, finché c’è sole si va avanti a testa bassa, io che lo conosco mi sono premunito, il frame bag sulla mia bici è pieno di barrette e due sacche d’acqua per le merende al volo, stavolta il pericolo numero 1, la crisi di fame, non mi frega. Il bello di questi sentieri che hanno tante salite corte seguite da discese altrettanto corte ma che danno sollievo alla gamba e al morale, insomma, ci si diverte parecchio. In maggio nei versanti settentrionali ci sono ancora tratti innevati, si scende e si va ad andatura pedestre ma incontriamo un francese che ci informa che al rifugio manca un’ora, e sono le 5 e mezza, cavolo, stiamo andando piuttosto bene, così bene che nel tratto seguente su un collinone in terreno aperto decido di lasciar andare Stefano avanti e preparo il Mavic Air per il primo voletto. Tra una cosa e l’altra vanno via venti minuti, raggiungo Stefano che si era fermato ad aspettarmi visibilmente insofferente e sul momento ancora non lo capisco, ma già dal giorno seguente diventerà una regola tacitamente accettata: per compiere la traversata in tempi decenti non c’è tempo per queste divagazioni, sarà il primo ed ultimo volo del mio piccoletto sui cieli della Croazia, d’ora in avanti seguiremo tutti e due spontaneamente la semplice regola del pedala, cammina, fotografa, mangia, bevi, dormi, la giornata ridotta alle cose essenziali, basiche, anche questa è una lezione da imparare sul campo.

A metà della prima tappa su terreno aperto (foto di Stefano Lavia)

 

LO STARGATE DELL’ALAN

Alle sei e mezza arriviamo all’Alan più di un’ora in anticipo sulla tabella di marcia complice un magnifico single track scorrevole come pochi, e guarda caso gli ultimi metri sono su strada asfaltata così abbiamo pronta la nostra versione se ci chiedono da dove siamo venuti. Il rifugetto in legno è veramente carino, il gestore ci saluta appena messa giù la bici, siamo gli unici su ruote di tutto il numeroso gruppo di clienti, entriamo nella prima stanza a destra e ci troviamo direttamente nella cucina dove qualcuno armeggia con le pentole sulla stufa a legna e altri siedono all’unico tavolo mangiando una minestra e bevendo una Karlovacko, l’atmosfera è di quelle super rilassate e sembra che ognuno possa fare quel che vuole. Chiediamo un posto per la notte e in due minuti il gestore ci porta all’unica altra stanza del piano terra, una specie di sala da pranzo sui generis e ci dice che possiamo tranquillamente tenerla tutta per noi e dormire sui materassi appoggiati alla parete in fondo, per la cena possiamo sederci di là che subito è pronta la minestra di verdure con salsiccia. Naturalmente ci chiede da dove siamo partiti e per dove siamo diretti e ai nostri racconti di giri sulle strade asfaltate secondarie del Velebit si presta volentieri al gioco di far finta di crederci e questo ce lo rende subito amico. Quello che succede nelle ore successive ha del surreale, Stefano ed io ce ne stiamo a sorseggiare la pelinkovac in piedi alla finestra della cucina mentre intorno tutti entrano ed escono con una certa lentezza dalla stanza senza un motivo apparente, vanno agli zaini ordinatamente appoggiati al muretto e preparati per la partenza vicino al pullman parcheggiato a un metro dal rifugio col motore acceso e invece niente, dopo un’ora l’autista spegne il motore e tutto il gruppo sale con calma al primo piano nella camerata in comune zaini in spalla. La mattina dopo, mentre noi due ci abbuffiamo di caffè nero e mega piatto di uova strapazzate, 4 a testa, tutto il gruppo della sera prima è, come dire, “affaccendato” nei preparativi della vera partenza, quella del giorno prima era evidentemente solo una prova generale e in quell’istante ne comprendiamo il significato, il rifugio dev’essere una specie di stargate per entrare in un’altra dimensione temporale dove la frenesia, il bisogno di fare le cose in fretta il più possibile, il correre per arrivare primi non esistono più, il ritmo lento e rilassato è la regola, non dovrebbe essere sempre così?

Lo scontrino del rifugio Alan

SENTIERI VISTA MARE

Partire alle 7 e mezza la mattina con un single track da sogno non capita tutti i giorni, non ci sembra vero, chi pensa più alle solite preoccupazioni quotidiane, la mente è sgombra e vola in alto più del drone, le Surly Nate da 3,8” si divorano tutti i sassi piantati di taglio nella mulattiera e passare dal boscoso versante orientale del Velebit a quello roccioso occidentale con lo spettacolare panorama sulle isole del Quarnaro ad una selletta spazzata dale raffiche di bora è come vivere un sogno ad occhi aperti, sai che stai staccando il biglietto vincente della lotteria.

Alle 7.30 già in sella (foto di Stefano Lavia)

Stefano in action

Lo zainetto da bici di Stefano

Lo spettacolare panorama su Rab

I love rocks and roll (foto di Stefano Lavia)

Il mattino ha l’oro in bocca

La seconda parte del Premužić Trail è la più lunga, varia e fisicamente impegnativa, sono 35 km e 8 ore di saliscendi con 560 metri di salite e 1000 di discesa ma in certi tratti la mulattiera si è ristretta a sentierino invaso dall’erba e con qualche albero caduto per cui l’andatura è rallentata, si vede che non è frequentata come la prima parte fino all’Alan. Ci si diverte comunque e la vista sul mare allevia la fatica e più si scende verso sud e più il clima diventa confortevole, il vento è cessato e fa caldo, quasi un cambio di stagione. A differenza del primo giorno non incontriamo nessun escursionista, solo nel tratto finale dopo il bivacco Skorpovac incrociando una strada bianca un tizio ci saluta incredulo, forse di qua non passano tanti in bici.

Sentieri vista mare

Al bivacco Skorpovac non c’è nessuno

Mulattiera assolata (foto di Stefano Lavia)

Gli ultimi km del Premužič Trail (foto di Stefano Lavia)

Dopo 57 chilometri, o 52 secondo il mio gps, il Premužić Trail finisce nei pressi di Baške Oštarije, quattro case con un ostello dove dormiamo la notte, ci perplime il parcheggio alla fine del sentiero, uno spiazzo terroso in discesa che sembra appena disboscato con una semplice scritta su un albero, completamente differente dall’ingresso settentrionale tutto perfettamente organizzato e tabellato, qua di sicuro girano meno soldi. A cena stavolta ci sfoghiamo con minestra, grigliata di carne, birre, palacinka e pelinkovac, il tutto viene assimilato in tempi record e anche questa sarà la regola dei prossimi giorni, e ci godiamo il momento, anche perché  non sappiamo ancora cosa ci aspetta l’indomani.

COLOrVRAT

C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi di nuovissimo e super tecnologico, è il Dji Spark, il mini drone che puoi comodamente portare nello zaino durante una gita in mtb e visti i primi risultati destinato a mettere in crisi tutta la famiglia delle GoPro e simili. Per testarlo a dovere son tornato sul Colovrat esattamente cento anni dopo l’impresa rommeliana percorrendo inizialmente il classico giro allestito dalla Premiata Ditta Paolo: partenza da Clodig, su a Drenchia e passo Solarie continuando per il Sentiero della Pace sul crinale piatto della montagna per godersi il panorama superbo e finire in bellezza con la fantastica, anche se corta, discesa da Livske Raune a Topolò. Discesa che si può anche guadagnare partendo da Cepletischis, via Polava e Livek giusto per completare la visione d’insieme, oppure per chi ama ravanare un po’ salendo da Clodig al passo San Martino, da qui per la mulattiera lastricata fino alla Bocchetta di Topolò e poi per sentiero striminzito ma segnalato a Livek/Luico in leggera discesa.

Ho passato quattro mezze giornate in questi posti e non mi sono mai annoiato, sarà per i colori dell’autunno, l’aria frizzante, il sole che a mezzodì scalda ancora e lo Spark che ti regala l’illusione di volare sopra gli alberi, beh, sì, è stato un’ottobre eccezionale.

GoPro Is Dead.

 

Kolovrat

Come fosse un pellegrinaggio quest’anno è d’obbligo una capatina sul Kolovrat visto che cade il centenario della tristemente famosa disfatta di Caporetto e dell’altrettanto famosa avanzata di Rommel e delle sue truppe a partire da questo sbarramento naturale sulla pianura dell’Isonzo considerato all’epoca inespugnabile, poi si sa come andò a finire. E’ un giretto corto, partendo da Drenchia, ma di grande interesse storico, un po’ di cultura non fa male, molto panoramico e anche divertente nelle corte giornate invernali, se c’è neve ancora meglio giusto per slaidare allegramente un po’ a destra e un po’ a sinistra. Il Sentiero della Pace che corre sul piatto crinale di domenica è piuttosto frequentato quindi meglio andarci via per la settimana, da evitare anche il troj che dal bivavcco Zanusso torna a Passo Solarie, un sentiero che vorrebbe essere una discesa ma che discesa non è, decisamente meglio quello che scende senza esitazioni alle case di Drenchia.

Non sempre giro corto vuol dire scarso, portatevi un tele decente e perdete un quarto d’ora a fare foto che la vista sul Krn vale da sola il biglietto.

Sentiero 747

Provati anche i primi 15 km del Sentiero 747 dopo i quasi 4 km testati domenica scorsa: preso dall’inizio, tabella CAI appena fuori Clabuzzaro, ha il primo tratto un po’ sporco e piuttosto tortuoso e uno già pensa male, invece dopo la salita del monte Verh si comincia a ragionare e le cose tornano al loro posto, sentiero facile e bello alternato a mulattiere sempre pedalabili e comode forestali con solo qualche breve intermezzo asfaltato. L’unica salita ripidissima da fare a piedi è quella del Cum, 270 metri di dislivello con la parte finale sfiancante, ma ne vale la pena per la bella discesa in direzione Tribil di sopra. In cima c’è ancora la baracca dove pare si divertissero quelli della Gladio, e io che pensavo che “Stay Behind” fosse riferito al buttare il culo indietro in fuorisella nelle discese in mtb ;).

Per farlo tutto in giornata sarebbe utile piazzare un’auto alla partenza e una all’arrivo, dovrebbero essere 25-28 km e forse 1000 metri di dislivello nei vari saliscendi fino a Castelmonte, ottobre-novembre i mesi probabilmente più adatti. Dopo il mitico 749 del Matajur questo è un altro numero da tenere a mente.

Brina sui prati la mattina

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San Volfango

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Al monte Cum si sale a piedi

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Spingere!

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In cima c’e ancora la baracca-nascondiglio della Gladio

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Perfect troj

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Clinaz e il suo accogliente guardiano

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Discesa dal Fortin

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Il 747 piace anche ai motars

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Un’altra grande giornata di mtb portata a casa