Avatar Bike

 

Ma come abbiamo finora senza?

E’ quello che viene da pensare dopo aver provato questa meraviglia della tecnologia targata Specialized, la Turbo Levo Fattie nella versione Comp , quella “economica”. Chi critica queste nuove e-mtb proprio non lo capisco, cosa c’è di meglio di una bici che ti porta in alto, tanto in alto, con la metà della fatica che si fa di solito risparmiando schiena e gambe per potersi poi divertire al massimo in discesa, che forse le prime mtb non sono state inventate per quello? Casomai è il cross-country che è un’anomalia, una deviazione dallo spirito originario, non il contrario. Una piccola rivoluzione che ci apre un intero mondo di nuove possibilità, un avatar bike che fa (quasi) tutto lei in salita, già fantastico di giri alpini extra lunghi dalla mattina alla sera, wild camping in posti mai raggiunti, discese di 1800 metri guadagnate con due sole ore di sforzo sensato, robe inimmaginabili solo qualche anno fa.

I puristi storceranno il naso, lo so, ma… aspetta, quali puristi, quelli che si vantano di pedalare bici tradizionali e poi c’hanno tre auto in garage, seconda casa in montagna e tv da 55” in salotto? Ah, ok… allora mi sento a posto, grazie.

2011…
… e 2017 😉

Quando sei in bici non guardare dietro…

… tanto c’è la GoPro che riprende tutto. Don’t Look Back è la mia ultima fatica partorita con Final Cut : ripresa frontale e ripresa posteriore con la coppia di GoPro, perchè “two is meglio che one”. Peccato che l’originale girato in 4K non sia visibile in streaming su Vimeo perchè meriterebbe. Ci mettiamo vicino la splendida giornata del 2 novembre, il sentiero 705 che scende da Casera Ungarina a Venzone perfettamente illuminato, anche se in condizioni non ottimali per via delle troppe foglie secche e il fondo smosso ma sempre spettacolare ed entusiasmante, e il risultato non può essere che positivo, almeno così pare a me.

<p><a href=”http://vimeo.com/111035178″>Don’t Look Back</a> from

L’ultimo biker

La leggera vibrazione del Pebble al polso mi sveglia quando dalla finestra della baita entra già la luce del mattino inoltrato, d’altronde oggi ho voglia di prendermela comoda, è metà settembre e le giornate sono ancora lunghe abbastanza e non c’è nessuna fretta, devo solo organizzarmi per arrivare stasera prima del buio a piazzare la tenda. Vado in bagno, apro il rubinetto per rinfrescarmi la faccia e sento il ronzio della pompa idraulica che preleva l’acqua dalla cisterna interrata, metto gli Endura e la maglietta Dakine e poi apro le cinque serrature della porta della baita uscendo fuori a godermi i tiepidi raggi del sole di fine estate: l’erba sotto i piedi è ancora umida e davanti a me solo il prato, il bosco in basso a est della radura, sopra soltanto l’azzurro del cielo, questo è il mio rifugio preferito di sempre, lontano dal caos della città appena visibile all’orizzonte. Torno dentro, preparoo la moka sulla piastra a induzione e intanto racimolo lo zaino e il materiale da portare sul BOB, oggi niente tenda, meglio il sacco bivacco, il materassino gonfiabile, il piumino, il fornello Biolite, legna no perché la troverò sul posto, e la mini ascia mi servirà per quello, il cibo liofilizzato, la pila frontale Hope, la tanica dell’acqua, il solar drone, la giacca Marmot, casco e ginocchiere e soprattutto le batterie per la Yeti eSB7c rimaste in carica tutta la notte grazie ai pannelli fotovoltaici ultraefficienti montati sul tetto: 5 batterie 48V da 24mAh dovrebbero bastare per il viaggio di tre giorni che mi aspetta. Ripenso per un attimo a quando si caricava tutto sull’auto e poi in un giorno si andava e tornava dalla montagna, beh, adesso bisogna organizzarsi diversamente, in fondo basta solo avere più tempo, e di tempo adesso ce n’è a volontà.

Chiudo la baita e sprango la porta a dovere, aggancio il BOB alla Yeti, inserisco l’Eco e prendo la sterrata in leggera discesa che mi porterà all’autostrada, meglio questa della statale, più lungo il tragitto ma più sicuro dopo gli ultimi avvenimenti di quest’estate. Arrivo dopo venti minuti alla rete divelta che una volta separava l’autostrada dai prati circostanti, scendo a piedi per una decina di metri e una volta sull’asfalto risalgo in sella e con due colpi di pedale riavvio il motore elettrico Yamaha, compagno di tanti viaggi in e-bike. Fa sempre un certo effetto pedalare in bici con il carrello carico su quella che era una via di comunicazione a tre corsie riservata a grosse auto, camper e TIR, qualcuno ancora visibile lì, abbandonato sulla corsia d’emergenza senza più le ruote, quasi un monumento del passato.

Le prime gallerie, lo so da tempo, non sono un problema, la strada è sicura e anche se il fondo è disastrato con la Hope montata sul manubrio la visibilità nei tunnel è perfetta, i G-glass fotosensibili reagiscono all’istante nel passaggio dalla piena luce all’oscurità e non ho problemi ad evitare le enormi buche in mezzo all’asfalto. Prima di Dogna però mi fermo e appoggio la Yeti con il BOB ad un residuo di guardrail, so che la prossima galleria è una delle più lunghe e più a rischio, corrono strane voci su dei tipi poco raccomandabili che si accampano lì di notte e non vorrei avere spiacevoli incontri. Li chiamano Divergenti, li si vede ai margini delle città vestiti in fogge strane che commerciano tutto quello che raccattano in giro nei posti più sperduti, perfino acqua di sorgente venduta in taniche rosse da pochi litri, e vista la loro propensione alla confisca di beni altrui, diciamo così, è meglio cercare di evitarli, quassù. Prendo il S-drone e lo connetto agli occhiali magici, accendo i mini pannelli fotovoltaici che lo alimentano e poi lo faccio partire guidandolo con dei leggeri colpetti sulla montatura dei G-glass, questi tempi non sono così male, dopotutto. Due minuti e il drone entra nella galleria, oltrepassa un paio di auto abbandonate piazzate all’ingresso e vola radente al soffitto trasmettendomi immagini del tutto rassicuranti, per tutta la galleria non c’è anima viva. Faccio rientrare il piccolo prezioso velivolo e sono più tranquillo, sicuro che da qui a Tarvisio non c’è nessun pericolo.

Arrivo nel caldo pomeriggio di settembre al lago del Predil e finora ho incontrato solamente un gruppo di ragazzini male in arnese che giocavano davanti alle scuole di Tarvisio, uno di loro aveva una singlespeed scassata senza il copertone posteriore e il cerchione sull’asfalto faceva scintille ad ogni derapata divertendo tutti i presenti, scena vista di sfuggita mentre passavo sulla strada soprastante per non dare troppo nell’occhio. La cittadina è ormai ridotta a paese fantasma, tipo quelli che vedevo da bambino nei film western alla TV in bianco e nero, la Crisi del ’19 ha cambiato la vita a tante persone e quasi tutti vivono in pianura ai margini delle città più grandi. La cosa, in fondo, ha i suoi lati positivi, poca gente sulle montagne vuol dire più libertà d’azione e meno vincoli, non è poi così male. Ecco, magari una volta c’era la funivia di Sella Nevea in funzione anche d’estate, domani sarei potuto salire a Sella Prevala in pochi minuti e invece adesso sono obbligato a salire con la E-bike su per la ripida ex pista di sci, ma, dopotutto, ho a disposizione 5 batterie e chissenefrega, tanto il carrello con tutto il materiale da campeggio lo lascio nascosto nel bosco e lo riprendo domani dopo la discesa della Krniza a Bovec e il ritorno al Passo del Predil. Certo, ci vogliono quasi tre giorni per una gita in montagna e una volta ne bastava uno, però sai che divertimento a tornare a lavorare l’indomani e invece adesso ho tutto il tempo che voglio.

La cena serale in riva al lago all’imbrunire è una cosa veloce, dura giusto il tempo di finire lo spezzatino liofilizzato e una barretta di cioccolata, poi svuoto la cenere rimasta nel Biolite e mi infilo col piumino addosso nel sacco bivacco, con la frontale accesa perché ormai è quasi buio. Mi rigiro nel sacco per trovare la posizione più comoda ma sento che, vista la stanchezza, non ci metterò molto a prendere sonno. Domani sarà una giornata fantastica.

 

 

Go East!

Anni fa ad un concerto al Rototom, Living Colour credo, fuori dal locale c’era parcheggiata questa 205 di un tipo di Nova Gorica che per festeggiare la neonata Repubblica di Slovenia portava la targa GOWEST, come una certa marca di pantaloni blu. Sbagliato, ho istintivamente pensato in quel momento, e forse adesso anche il proprietario della peugeottina penserebbe la stessa cosa… ma forse i miei neuroni stavano considerando la mia futura attività di biker, chissà. E’ un fatto comunque che negli anni con la mtb mi sono sempre più spostato verso Slovenia e Croazia alla ricerca di quei grandi spazi che a noi qua in Friuli mancano, e il Carso e l’Istria in generale sono l’ambiente ideale per una gita d’autunno e d’inverno quando sulle nostre montagne il sole stenta a riscaldare le valli più incassate. E se poi Babbo Natale ha lasciato cadere davanti casa tua una GoPro 3+ blac ediscion e vuoi provarla subito qual’è il posto migliore per il test? Lo Slavnik, ovviamente, stavolta con partenza da Presnica e non quella ultra conosciuta di Kozina, più interessante perché evita completamente le strade asfaltate, e, non da ultimo, offre un sentierino finale bello carsico e trialistico dopo i rettilinei da paura del sentiero 1 nella parte alta.
Che altro dire: go east&gopro !!!

DCIM100GOPRO

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Mostri Internettiani

Ieri ho ricevuto questa strana mail:

“Ciao XXXX,ti informiamo che il tuo livello di warning è stato aumentato del 40% perché hai mantenuto un comportamento scorretto su questo forum (OT/flame/polemiche/maleducazione). Nonostante tu sia stato redarguito e avvisato più volte da un moderatore, hai continuato a persistere nel tuo comportamento in violazione del REGOLAMENTO. Ci auguriamo che la cosa non succeda più. La rete possiede una propria netiquette che va sempre e comunque rispettata.Ricorda infine che ogni settimana passata senza commettere ulteriori violazioni il tuo livello di warning diminuirà del 3%.

Grazie per la comprensione e buona continuazione,

Lo Staff di XXXXX”

Il fatto è che mi ero iscritto a questo sito, che consideravo innocuo, per accedere ai contenuti riservati agli iscritti, nella fattispecie sottotitoli in italiano per film e telefilm, e avrò postato sì e no 5-6 commenti generici nell’arco di tempo di due anni. Una settimana fa ho chiesto per favore se qualcuno mi dava un suggerimento via mp riguardo un certo argomento, e adesso mi vedo arrivare la punizione più temibile del terzo millennio, la minaccia di essere BANNATO,che, guarda caso, fa rima con DANNATO, da un MODERATORE di un FORUM! ‘Sticaxxi, deve esistere evidentemente un virus, che dal Windows installato nel pc passa direttamente ai neuroni di chi legge, scrive e MODERA i vari forum, subforum, community, (azz… non volevo neanche scrivere questa caxxo di parola…) per devastarli e cortocircuitarli, un po’ quello che mi era successo nel famigerato FORUM MARRONE di mtb anni fa, hahaha…

E sì che per tutti questi bimbiminkia la cura ci sarebbe, vecchia ma sempre efficace: MENO INTERNET E PIU’ CABERNET 🍷🍷🍷

Similaun For Dummies


Il giro del Similaun è una classica della mtb altoatesina, 5000 metri di dislivello e 100 e passa km che i più fanno in tre giorni, qualcuno addirittura in uno solo (!), ma che noi tre, io, Marco e Valter, abbiamo deciso di elaborare aggiungendo una tappa presa in prestito dalla Transalp di Hans “Non Esiste” Ray facendolo diventare un tour con quattro discese e… due salite, tutto questo grazie alle amorevoli cure della nostra musa ispiratrice Uma Pullman… Eh già, perchè scannarsi su bitume trafficato quando ci sono i bus che ti portano in alto? E senno’ che vacanze sarebbero? Alla fine il dislivello complessivo è stato di 3130 m in salita, 6320 m in discesa e  79,40 km in sella, quasi completamente su single track o mulattiera, percorso su asfalto ridotto veramente ai minimi termini.  Ma come sempre i numeri non rendono giustizia alla bellezza dei paesaggi e dei sentieri, qui veramente da guinness dei primati, per non parlare degli accoglienti rifugi, fra tutti ovviamente quello dell’ultima tappa, il Petrarca, unico caso al modo, forse, di rifugio alpino gestito al femminile…

Prima tappa.  Da Moso in Passiria c’è il bus per il Passo del Rombo/Timmelsjoch 2509 m sul confine con l’Austria. Da qui si prende il sent. 5 che inizialmente costeggia la strada della Timmelstal e si seguirà fino a Sölden. 12,26 km, salita 135 m, discesa 1237 m.

Seconda tappa. Prendere uno dei tanti bus per il Tiefenbachgletscher, possibilmente ad una fermata prima di entrare in paese visto l’affollamento di escursionisti. Dal piazzale del ghiacciaio seguire la mulattiera che scende a Vent, molto frequentata ma fattibile in bici anche se piuttosto tecnica per il fondo roccioso e le canalette a lastre di pietra, che saranno il leit-motiv di tutto il giro.Spettacolare la vista sul Similaun e Ötztaler Alpen, soste foto obbligatorie lungo tutto il percorso. A Vent, dopo la birra e l’apfelstrudel, bisogna alzare la sella, togliere le protezioni e con la dovuta calma iniziare l’altrettanto spettacolare salita alla Martin Busch Haus in una vallata da sogno. 17,62 km, 745 m in salita, 1000 m in discesa.

Terza tappa. Bello fare colazione e iniziare subito a camminare a 2500 metri di quota. Ci attende la salita al Niederjoch 3016 m, il punto più alto della traversata, da fare gran parte a piedi con un breve tratto su neve. Dopo il te’ al bel rifugio Similaun giù in Val Senales:  i primi tornanti sono esposti ed è meglio scendere a piedi se si hanno zaini pesanti; arrivati al ghiaione inizia lo spettacolo e fino al lago di Vernago anche il biker esigente sarà accontentato dalla varietà dei passaggi e dall’impegno che questa discesa mai banale richiede. Birra sulla terrazza del Tisenhof e poi di nuovo giù che le discese per oggi non sono mica finite! Attraversata la diga prendere i sent. 15, 19A e 21A  che con magnifico percorso nel bosco, da fare invidia a un bike park, ci portano fino a Certosa.  18,62 km, 710 m in salita, 1900 in discesa.

Quarta tappa. Pulmino taxi fino alle Vorder Kaser in Val di Fosse (stefan.specht@brennercom.net) e i 13 euro a testa ci stanno tutti per evitare la ripida salita asfaltata! Dalle casere si monta in sella e il menù del giorno prevede solo salita, ma se così dev’essere nonc’è posto al mondo migliore per spingere sui pedali, la Val di Fosse dovrebbe essere Patrimonio dell’Unesco. Una piccola discesa alla fine c’è anche, i 60 metri che separano il Passo Gelato (nel vero senso della parola) a rifugio Petrarca, dove bisogna pernottare assolutamente. 11,40 km, 1270 m di salita, 60 m di discesa.

Quinta tappa. L’ultima tappa di un raid andrebbe gustata lentamente, perchè scendere a valle vuol dire lasciare questo fantastico mondo di rocce e boschi e tornare alla routine di ogni giorno, che magari a qualcuno piace, boh. E se proprio si ha quella di andare giù a palla ci pensano le forature in agguato (maledette canalette!) a rallentare l’andatura, ma va bene anche così. Dal Petrarca fino a Moso basta seguire i due segnavia 24 e poi 8 e non si può sbagliare, la discesa è la più facile del giro tant’è che sono bastate due ore effettive per coprire i 19,50 km di distanza e i 2125 metri di dislivello negativo, più 260 m di risalite qua e là.

Not Bad.

Edit: rimontato il video in versione Extended Play e in full HD, grazie a, nota per i più tecnici, Mpeg Streamclip che esporta meglio le sequenze di foto, e grazie ad un paziente lavoro di cropping a 1080p delle foto verticali con Lightroom… e adesso, per magia, il filmato dura esattamente come la colonna sonora… un classico colpo di c*lo…

Adesso c’è pure la sequenza – subliminale –  di Marco arrapato con un qualcosa trovato tra i sassi 😉

Cometa Rossa

ceria_merloneE se una mattina ci svegliassimo come il protagonista di Life On Mars, la serie originale  inglese del 2006-2007 in cui il protagonista, vittima di un incidente d’auto finito in coma, viene catapultato nel 1973 sulle note dell’omonima canzone di Bowie, e ci trovassimo, che so,  in una mattina dell’aprile ’76 dopo aver visto la sera prima gli Area ad un concerto -ovviamente gratuito- e dovessimo preparare lo zaino per una gita domenicale in montagna: niente yeti 575, bos deville, maglia endura, telefonino hspda e gopro, webcam controllate sul macbook air prima della partenza, ma solo uno zaino rosso cassin comprato in svendita, scarponi asolo, un vecchio maglione e una giacca a vento da pochi soldi che non si sa mai se piove e naturalmente la fuij 701… shock indescrivibile,  più di 30 anni anni passati ad accumulare tecnologia e poi, di colpo, sparito tutto. Beh, esisterebbero ancora le montagne, la fatica, il sole che brucia la pelle, gli amici che ti incitano sulla prima ferrata, il cavo metallico che spella le mani, la cima conquistata, la birra al rifugio, la 850 per tornare a casa… emozioni ormai quasi dimenticate rivissute con lo spirito di oggi. Chissà, forse non sarebbe tanto male.

miezegnot

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Tierz Time Lapse

 

Dopo vent’anni di girovagare con la bicidimont su e giù per la Carnia e il Tarvisiano le idee per nuovi giri scarseggiano ogni giorno che passa, e il ricordo di ravani epici stende un cono d’ombra su certe zone ben precise che quasi non prendo più in considerazione prima di una uscita. E’ il caso del vallone del monte Terzo, Tierz in friulano, che svariati anni fa ha visto  me e i miei compari d’un tempo protagonisti di ripiegamenti penosi causa sentieri invasi dagli ontani o semplicemente spariti nel nulla, con l’aggiunta di temporali improvvisi e lavate solenni. Il time lapse interviene in questi casi a far dimenticare i brutti momenti passati e capita che si ritorni negli stessi posti con una certo spirito di rivalsa, quasi a voler battere cassa e  recuperare i crediti accumulati ancora da intascare, neanche fossimo banchieri… D’altronde, si sa, no pain no gain, la mountain bike è tutta qua.

Requisito indispensabile per la discesa del vallone del Tierz alla frazione di Placcis fra Paluzza e Timau è l’interminabile salita da Cercivento al Tenchia e allo Zoufplan, 1400 metri di cui 900 asfaltati, e meno male che altrimenti uno qua schianta! Scelta la giornata giusta per una simile fatica, tipo d’estate il primo giorno di sole dopo tre di pioggia, non resta che scaldare piano il diesel e salire tranquilli evitando di pensare che l’auto qui sarebbe un’ottimo mezzo di trasporto per guadagnare quota. Ma va bene così, è una buona occasione per provare anche durante la salita il nuovo giocattolino, la GoPro con il time lapse che ci risparmia la fatica di scendere dalla bici per scattare una foto ;). Arrivati ai laghetti dello Zoufplan ci si rende conto che tutto quello fatto fino lì ha comunque un senso, il posto è veramente spaziante, per usare un’espressione di un vecchio compagno di bici, e se si deve sudare è meglio farlo lì che in palestra. L’inizio della discesa sul sentiero 155 non deve ingannarci: strettina e coperta dall’erba in estate non è il massimo ma serve solo a scaldare i motori perché dalla selletta sotto il Tierz la musica cambia e il mondo non sembra più piatto, ma solo un lungo e bellissimo single track, oh yeah!!! Non sono bravo in descrizioni particolareggiate, compito che lascio volentieri ad altri che l’hanno già fatto, basti sapere che questa è una signora discesa, fino a Placcis e oltre se si continua per la strada romana risistemata e segnalata fino a Paluzza, io l’ultima risalita l’ho evitata perché detesto rialzare la sella dopo una discesa di 1400 metri, ma de gustibus… si può chiudere un anello perfetto seguendo i cartelli segnavia così da rientrare esattamente a Cercivento da dove si era partiti.

Estiqatsi, una delle tre gite più belle in Friuli è 😉