Cima Tulsti

No, non è in Finlandia ma in Val Resia, misteri del dialetto locale. Ieri dopo tre mesi di vita in pianura stavo scendendo il bel sentiero 631 che dalla zona di Pustigost scende a Sella Sagata e ad un certo punto ti vedo questo cartello che segnala una deviazione ad un piccolo cocuzzolo si presume panoramico che la Tabacco digital mi dà a poche centinaia di metri in linea d’aria, così giro la bici e spingo i 22 kg di alluminio e carbonio della Decoy su per il troj finché non arrivo a questa simpatica cimetta dal nome difficilmente memorizzatile. La giornata così così dopo le piogge non valorizzava a pieno la bella visuale di tutta la valle che avevo davanti, invece il sentiero non è stato niente male, come del resto tutto il 631. Ritornati a Sella Sagata si è quasi costretti a proseguire con percorso a saliscendi un po’ assurdo in quella che è una vera dilapidazione del dislivello accumulato in rapporto alla percentuale su sentiero di discesa fino agli Stavoli Ruschis per finire in bellezza con il superclassico 631a che mi ha riportato a S.Giorgio di Resia. Da verificare la discesa diretta a Prato segnalata da una tabella ma che sembra di dubbia fattibilità per via delle troppe interruzioni.

Non male come ripresa post covid, adesso manca il sole che spacca il didietro ai passeri e siamo a posto.

Il tornante più esposto del 631.
I cieli finti di Luminar sono sempre spettacolari.
Natura antropomorfa, il Nikkor 85mm AI a F2 in tutta la sua magnificenza.
Fioritura di tabelle in Val Resia.
Il bosco fitto di Sella Sagata.
Ta-na Piski.

 

 

 

Le dieci più belle discese

Quant’è difficile racchiudere in una striminzita top ten le discese più belle di tanti anni di mtb, ma ci provo lo stesso anche grazie all’invito di qualcuno che inspiegabilmente segue con interesse i miei post, grazie Mauro! Nella lista ci sarà per forza anche qualche discesa estratta da traversate di più giorni, per tutte le info pratiche si rimanda ai vari ( e veri) siti di itinerari, a differenza del mio che non lo è, volendo basta una cartina Tabacco e le soluzioni si trovano sempre.

Ecco la mia lista, non definitiva e non immutabile, beninteso.

Krn. Monte Nero in italiano, la N.1 delle discese alpine, consigliabile a fine agosto-inizio settembre negli anni quando era possibile fare, adesso tutta la zona del parco è off limits per le bici. Era una bella sfacchinata se si partiva da Tolmino, si costeggiava all’alba l’Isonzo nella nebbia mattutina, si saliva al paese omonimo e alla Planina Kuhninja dove volendo si poteva piazzare furbescamente una seconda auto e poi si doveva spingere la bici a mano per tutta la piramide erbosa fino alla selletta tra Monte nero e Monte Rosso, 1000 metri tondi tondi. Riprese le forze iniziava la fantastica traversata in ambiente lunare alla sella Prehodci, una serie di tornantini belli esposti e il lungo traverso in bella esposizione anch’esso fino alla Planina Dobreniščica dove si perdeva finalmente quota per toccare il fondovalle nei pressi delle sorgenti del Tolmino. Il ritorno all’auto sembrava non dovesse finire più per mulattiere, stradine asfaltate e il sentiero finale che ti catapultava giusto davanti alla biglietteria delle gole dove avevi la sensazione di essere un astronauta appena ammarato dopo una missione nello spazio. Una volta arrivati a Tolmino seduto a berti una Lasko sapevi già che quella appena trascorsa era una giornata di montagna che non te la saresti mai più dimenticata.

Vallone dello Sciliar. La Val Gardena offre un numero incredibile di gite superlative ma la discesa nella forra dello Sciliar fino ai Laghetti di Fie’ sul segnavia n.1 è qualcosa di immaginabile solo nei sogni bagnati del biker più arrapato, kilometri di sentieri e mulattiere da godere fino all’ultimo metro e quando è finita ti trovi 1500 metri più in basso incredulo di quello che hai appena concluso. Lo stesso avvicinamento al rifugio Bolzano non è da meno, partendo da Ortisei con o senza l’aiuto degli impianti si raggiunge il Passo Alpe di Tires e il suo confortevole rifugio dove è possibile spezzare la gita in due giorni, si continua in leggera discesa ai piedi della Cima di Terrarossa e con un breve tratto di bici in spalla si risale all’Altopiano dello Sciliar per poi lanciarsi a tutta su bellissima e veloce mulattiera al rifugio Bolzano e senza un attimo di pausa giù nella forra dello Sciliar, una giornata così non te la dimentichi più. Ah, una volta arrivati ai Laghetti di Fiè quando ti sembra di non averne più ci sarebbe anche la possibilità di rientrare ad Ortisei per un’altra serie di sentieri, il 2 e l’11 fino a Siusi e il 7 dal Passo Pinei giù ad Ortisei, così giusto per dovere di cronaca, nulla vieta di fermarsi un’altra notte a Siusi e rilassarsi in mezzo a montagne di tale bellezza.

Val Travenanzes. La Madre di tutte le Valli Alpine, come si fa a vietarla alla bici, capirai che danni ambientali a  scendere in pochi alla volta. Resta il fatto che fuori stagione si passa agevolmente, alla fine tutti contenti, amen. Se non l’hai mai fatta cosa aspetti?

Discesa dal Lovćen a Kotor. Siamo in Montenegro, non proprio dietro l’angolo ma questa è troppo bella ed entra di diritto nella mia top ten, in 15 km di sentieri scendi 1700 metri di quota dal mastodontico mausoleo sul cocuzzolo del Lovcen alla baia di Kotor, dalla montagna al mare come dovrebbero essere tutti i sentieri del mondo, se vivessimo in un mondo perfetto, devi sobbarcarti un viaggio di 1000 km ma ne vale la pena.

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Similaunhütte. E’ una tappa del giro del Similaun, dalla Martin Busch Hütte in Austria a Vernago in Val Senales, il tratto più spettacolare del tour con l’attraversamento del ghiacciaio del Similaun che anche in agosto richiede un minimo d’attrezzatura d’alta quota, è il punto più alto mai raggiunto da me con la bici, 3019 metri. Discesa alpina super, peccato la giornata nuvolosa e piovigginosa che ci ha tolto qualcosina ma a quelle quote ci sta, se si scende fino a Certosa/Karthaus si arriva a 1700 metri di downhill, se non ti basta puoi continuare fino a fondo valle ma non fermarsi una notte in Senales è quasi un delitto.

 

Val Fleons. La nostra piccola Travenanzes, bella in estate e ancor più bella in autunno, come si fa a non tornarci ogni anno quasi a scandire il corso degli anni – e delle bici – che passano, non ti delude mai.

Casera Canin. Un angolo di paradiso della Val Resia, salita da Casera Coot con qualche tratto a spinta e discesa sul sentiero 642 a Coritis, una super classica.

 

Val Sassovecchio. La discesa più bella sotto le Tre Cime di Lavaredo, una volta era più facile ma l’acqua ha scavato il sentiero nella parte bassa e il grado di difficoltà è salito, serve una buona forca da 160 e buoni avambracci, puoi sempre fermarti ogni tanto a scattare una foto, se non le fai qui dove se no.

 

Hexenscharte. Lungo itinerario a cavallo fra Alto Adige e Austria, si parte da San Martino in Casies fino alla verdissima Gsieser Törl, si scende per il sentiero dedicato alle mtb alla Blindis Alm, sosta consigliata, e quindi al paesino di Maria Hilfe, si risale a sinistra su asfalto a Passo Stalle dove si rientra in territorio italiano e con percorso un po’ pedalato e qualche tratto a spinta si punta alla Hexenscharte da dove si rientra in Val di Casies. Escursione di grande bellezza per la varietà dei panorami con qualche single track da antologia però più adatta ai tipi contemplativi che ai freerider.

Slavnik. Montagnetta di soli 1000 metri a pochi kilometri dal confine italo-sloveno di Pese famosa per il bellissimo single track carsico che scende a Prešnica e per gli gnocchi al goulasch del rifugio in cima, fra i due non saprei quale scegliere.

Bici di campagna

Tra gli effetti secondari del post lockdown c’è anche la poca voglia di guidare l’auto, già per andare al lavoro la mattina ho infranto il mio personale tabù di non usare l’ebike in città, primo perché troppo esagerata per l’uso e secondariamente per non volerla lasciare incustodita per troppo tempo. Alla fine ho risolto con la mia nuova gravel, veloce per girare su asfalto e sterrato, leggera quanto basta per portarla a mano su per le scale del condominio, facilmente securizzabile legandola a pali e portabiciclette in giro per la città mentre nel frattempo il benzinaio frignava di nascosto e il portafoglio (e Greta) ringraziavano, il che non è niente male. Arriva la domenica e in questa Fase 2 potrei benissimo caricare l’endurona in auto e andarmene da qualche parte su in Carnia o nel Tarvisiano ma adesso che ho la gravel mi viene più naturale partire da casa in bici, cosa che in trent’anni di mtb avrò fatto due o tre volte in tutto, e girare per le stradine di campagna o quelle asfaltate meno frequentate alla scoperta delle colline e della pianura friulana d’inizio estate prima che arrivi il clima sahariano di luglio e agosto, è quello che alla fin fine fa la stragrande maggioranza dei ciclisti della domenica, li trovi di sicuro più facilmente in giro per Colloredo di Monte Albano che a Pustigost.

E’ nata così l’idea di una Udine-Pinzano-Udine che per metà avevo già provato con la fissa diversi anni fa ma stavolta in versione gravel per strade bianche e mulattiere di campagna alternate a stradine asfaltate a zero traffico, 40 km all’andata e altrettanti al ritorno, più di 700 metri di dislivello complessivo ma senza vere e proprie salite che con il monocorona mi sarebbero indigeste. Una bella  domenica in bici nella natura con sempre le montagne sullo sfondo in attesa della Fase 3 per una toccata e fuga in Dolomiti e sempre sperando che non ci sia una “Fase IV: Distruzione Terra”, al momento di formiche non se ne vedono.

Il giro preferito dietro casa 3

Pensieri sparsi del primo sabato post lockdown. Ci son due tipi di persone per il modo di come sono usciti da questa lunghissima quarantena del coronavirus, quelli che sono coscienti del cambiamento epocale che stiamo vivendo e quelli invece che inconsapevoli vivono ancora negli stereotipi della vita di sempre, l’imortanza delle apparenze, la frenesia, il lamentarsi di tutto, pensare solo ai soldi. Prendiamo il signor C., il mio vicino di casa che oggi vedendomi scendere dal primo piano con la bici in spalla attacca una tiritera sul fango e lo sporco che secondo lui spargo qua e là sulle scale, io non rispondo neanche tanto sono concentrato sul primo giro in mtb dopo 54 giorni d’isolamento, solo quando sono in strada mi scappa un “ma va’ a cagare” che grazie alla mascherina che indosso spero non abbia sentito.

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Mezz’ora dopo sono lì che pedalo in mezzo ai campi, tanti a camminare, correre o in bici ed è evidente la voglia in tutti di stare finalmente all’aria aperta e al sole e tanti, nonostante la mascherina, accennano un saluto, cosa rara solo qualche mese fa quando ognuna stava un po’ per i fatti suoi.

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Grazie motars! Verrebbe da dire dopo aver scoperto in colpevole ritardo che anche nel territorio comunale di Udine esistono preziosi single track preparati e frequentati dagli enduristi lungo l’argine del Torre che adesso come adesso sono la nostra ancora di salvezza, divertenti quanto basta per passare due ore vicino casa senza spostarsi con l’auto e complice la stupenda giornata di sole primaverile mi sono sembrati belli quanto quelli delle nostre montagne. Montagne che prima o poi bisognerà tornare a frequentare, vero Fedriga?



 

Il giro preferito dietro casa 2

Bello partire da casa in bici la mattina presto nell’aria fresca di aprile, niente auto, pochissimi per strada, cielo sempre più blu e nessuna “scia chimica”. Ho scoperto questo itinerario da poco, niente di speciale ma di questi tempi può bastare, s’inizia per la strada asfaltata, si attraversa una piazzetta deserta ad eccezione di un tipo che fuma appoggiato al muro di una casa, si passa un semaforo a zero traffico dove l’alternarsi del verde-arancione-rosso nella più totale solitudine fa tanto “The Omega Man” e dopo ancora trecento metri di asfalto inizia lo sterrato con un bel passaggio stretto fra una casa e un palo da infilare ad andatura ogni giorno che passa ad andatura più disinvolta, un bel tratto fra i campi verdissimi, un ultimo single track con cunetta finale entusiasmante e dopo 3 km e mezzo sono arrivato. Ore 8, entro in ufficio.

Casera Canin 2007

La mia prima volta a Casera Canin nell’aprile 2007 l’ho fatta strana, un tipo del posto incrociato mentre guidava un mega trattore mi aveva sconsigliato il giro che mi ero prefissato Coritis-Casera Coot-Casera Berdo di sopra-Casera Canin per la troppa neve che in realtà come avrei verificato in seguito non c’era, ma si sa, i locali sono sempre gelosi nei confronti dei cittadini, e così avevo ripiegato per la camminata bici a mano per lo stesso sentiero di discesa, il 642 destinato a diventare un classico della Val Resia. Avendo una biciclettina xc leggera, una Jamis Dakar che mi ha accompagnato dappertutto fino alla rottura del telaio qualche anno dopo, non è stata poi questa grande impresa, 800 metri di dislivello ma a leggere il contakm a fine giro sembrava di non aver combinato niente, quel che conta è stato scoprire uno dei sentieri della mia personale Top Ten di ogni tempo.

Monte Forno

Era una di quelle domeniche d’ottobre che ti alzi, vedi la nebbiolina fuori dalla finestra e vorresti tornare a dormire, invece accendi il mac, vai sulla pagina delle webcam e scopri che sul Dreiländereck, cioè sul monte Forno, c’è un bel sole invitante e non puoi più accampare scuse. Credo di essere arrivato in cima verso le due del pomeriggio, non proprio un orario da montanari, e oltre a me, strano a dirsi, una sola coppia di escursionisti italiani, lui intento a fare foto mentre la moglie sembrava incuriosita dalla mia Banshee Scream. “Bella bici” mi dice, se uno mi rivolge un complimento del genere di solito non so cosa rispondere, anche niente, ma era una mora carina e simpatica e allora rispondo “Grazie!”, e ci stava anche un’esticazzi ma mi sono trattenuto. Vabbe’, se quel giorno potevo vantarmi mio malgrado di una top mtb per quanto riguarda l’attrezzatura fotografica credo di aver avuto la peggiore fotocamera digitale mai prodotta, una terribile Minolta Dimage X20 che una volta svenduta a qualcun’altro non ho mai rimpianto, la Banshee sì.

Costamolino

Bella gita autunnale o primaverile di soli 450 metri di dislivello alla scoperta di un caratteristico borgo di quattro case in tutto appollaiate su un balcone panoramico del Canal del Ferro con una divertente discesa a tornanti lastricati, volendo abbinabile al giro di Patoc, sentiero 620, con partenza da Chiusaforte. Le foto si riferiscono all’ottobre 2008, magari adesso ci sarà pure l’agriturismo b&b, campo da tennis, parco giochi per bambini, chissà. Interessante al tempo pedalare sulla sede dell’ex ferrovia oggi ciclabile Alpe Adria con doverosa visita alla biglietteria.

Arvenis

Se c’è una mulattiera di montagna che ho sofferto venisse distrutta per lasciar posto ad una strada sterrata di dubbia utilità è quella del monte Tribil che fino a 18-19 anni fa saliva discreta col segnavia 166 dagli Stavoli Aiers sopra Lauco a Malga di Claupa tagliando tutto il versante meridionale del Monte Arvenis per poi con un percorso a zig zag arrivare fin sotto la piramide della panoramicissima cima di 1968 metri. La discesa, tolti i primi metri, è o almeno era tutta pedalabile e identica al percorso di salita fino alla selletta sotto il monte Trbil, poi su caratteristico sentierino 165 un po’ ripido fino a Val di Lauco dove si doveva indovinare una traccia a destra nel bosco per ritornare agli Stavoli Aiers  e a Tarlessa. E’, anzi, era, un Carnia Classic primaverile-autunnale che adesso ha perso abbastanza del fascino di quegli anni, quando sei lì che pedali in salita e ti passa un fuoristrada di cacciatori o di forestali che girano un po’ a caso giusto per passare le ore come fai a non rimpiangere quelle mattine frizzanti d’ottobre quando eri tutto solo in bici e quella bella mulattiera lastricata era a tua completa disposizione, sì, sono sempre stato favorevole al numero chiuso in montagna.

 

Spielbodentörl

La Römerweg che da Mauthen sale al Passo di Monte Croce Carnico ha 2000 anni e non li dimostra anche se è ormai una strada sterrata nel bosco e ci si sale con i fuoristrada o le mtb. E’ incredibile come non la si veda per niente salendo in auto la S.S. 110 dal versante austriaco nascosta com’è dagli alberi, la si scopre solo una volta arrivati al piccolo cimitero di guerra, l’Heldenfriedhöfe, poco prima della galleria sotto la Plöckenhaus e infatti d’estate si pedala meravigliosamente al fresco senza aspirare gas di scarico. Tutta questa lunga salita, completabile seguendo il percorso originario della via romana per la Valentin Alm, non è ovviamente fine a se’ stessa,  la meta finale non può che essere lo Spielbodentörl, l’ampia sella erbosa fra il Polinik e l’Elferspitze a 2095 metri, trampolino perfetto per un’indimenticabile discesa giù fino alla valle del Gail, peccato che adesso la valle dell’Angerbach sia vietatissima alle bici mentre nel 2006 e 2007 non ho avuto problemi di sorta e salito pedalando alla Untere Spielboden Alm mi rimanevano “soli” 600 metri di bici in spalla. Discesa facile, varia e lunghissima, prima costeggiando un circo ghiaioso di evidente origine glaciale, segnavia 430, poi per crestina erbosa affilata (429a) a riprendere il 430 più in basso, e quando arrivati ad una mega sterrata sembra finito il divertimento e persi buoni 500 metri di dislivello verso i 1000 metri di quota basta seguire a destra i cartelli gialli con le indicazioni per Würmlach e con una serie bellissima di single track nel bosco a poca pendenza si arriva alle prime case del paese omonimo poco distante dal punto di partenza.